lunedì 30 maggio 2011

decriptare la realtà II: l'alterazione del potere immaginifico

Questo è davvero importante, per me, perchè riguarda realmente la maggior parte di noi, solo per il semplice fatto di leggere questo scritto, davanti ad un computer, siete compresi in questo post.
Inanzitutto il "potere immaginifico" , realmente, cos'è ?
C'entra l'immaginazione?
Ovviamente si, ovviamente stiamo parlando della stessa etimologia, stiamo parlando della capacità più chiaramente intangibile ma, al tempo stesso, reale presente nell'uomo : quella di creare (non dirò mai con il cervello, al limite mente, ma più che altro dirò solo creare) immagini tramite il pensiero.
Per quanto "immaginifico" ed "immaginazione" siano , per certi aspetti, sovra-scrivibili, per come va intesa la questione, direi che con il primo termine, si vuole porre l'accento sull'idea di controllo totale dell'immagine creata: l'immaginazione, anche nell'idea moderna comune e corrente, è già un elemento che si esplica nell'attività sensibile, nell'esperienza fisica, magari nell'arte o in dato lavoro, in un certo qual modo, è l'immagine che nasce come possibilità di essere subito applicata, per migliorare dati tipi di esperienze.
L'immaginifico, invece, se lo vediamo in quest'ottica è "affine a sè stesso".
Non creiamo qualcosa per, letteralmente, inventare un percorso che si vada ad esplicare nella realtà dei sensi, consolidandosi e perdendo la viva idea di partenza, ma lo creiamo per creare e basta.
E si crea, esattamente come un artigiano crea la sua opera, partiamo dal materiale, da eventuali tecniche di lavorazione, dal colore, dalle forme e dalla possibilità di mantenere in un dinamico movimento vitale, l'oggetto finale della nostra creazione.
Questo perchè?
Per lo stesso motivo per cui, oltre un vago simbolismo, gran parte dei movimenti spirituali/religiosi, di ogni epoca e tempo, erano sostanzialmente privi di immagini e, quelle che c'erano, erano, appunto soltanto un'idea simbolica, che potesse servire come punto di accesso per l'utilizzo di tale capacità e non c'era niente che potesse alterare tale capacità.
Questo(insieme alla memoria, altro elemento che ha subito attacchi clamorosi, negli ultimi decenni, di cui parlerò in futuro) era acclamatamente il mezzo con cui l'uomo, riusciva a sviluppare la capacità e gli "organi", necessari per entrare in contatto con il mondo spirituale, l'ultima possibilità per ottenere ciò,  rispetto ad un passato ancestrale in cui questo era normale.
E' importante fare una digressione, per dire che, non obbligatoriamente bisogna pensare che l'uomo del passato fosse migliore di noi: probabilmente, essendo in contatto con elementi di "assoluto", costantemente, quello che andava a perderci, era l'individualità stessa, che si è sviluppata, in maniera capillare sino ad adesso, soprattutto in seguito ad un evento ben chiaro per i cultori dell'esoterismo, era un uomo profondamente diverso, assolutamente incomprensibile per noi.
Era un uomo diverso, che con il perdere, piano piano, questo contatto superiore, ha naturalmente sviluppato delle strade non-sensibili, sapendo bene come arrivare a destinazione  per un ricordo diretto nel passato con tutto ciò, con il fine di restare immerso nel mondo spirituale, quando questo, causa la natura individuale/super-sensibile dell'uomo, ha smesso di essere una fonte di acqua visibile per tutti, il mito di Shamballa e, per certi aspetti, pure di Atlantide.
Ecco perchè, in questa visione la mitologia simbolica, non rappresenta immaginazione, ma immagini riflesse di un mondo che prima era reale:chi parlava di Odino o Wotan ed Asgard , chi parlava di Titani o Dei e dell'Olimpo, attribuendogli caratteristiche ben precise, che si riflettevano sull'uomo, contaminandosi piano piano con idee terrene e mischiandosi tra di loro, ma inizialmente, discendenti realmente dal ricordo che le persone  avevano dell'era precedente alla loro.
In quest'ottica, l'ideale migliore di uomo del futuro, è di uno che, mantenendo la propria individualità, riesca a riprendere il naturale contatto con il mondo elementare, spirituale, astrale e che questo lo ponga ad un livello inusitato, nella sua storia, ma adesso siamo lontani da ciò, molto lontani, nonostante i decantati risvegli globali e quantici, che sono solo la vittoria di un incredibile misticismo figlio della disperazione e della speranza di fuga, tutto dimostrabile tra qualche anno, come enorme truffa globale.
Ecco, però, che il potere immaginifico, potrebbe aiutarci  a capire meglio certe cose e a poter assaggiare una porzione astratta di questo infinito.
Ma c'è chi descrive questo ottimamente e meglio di me, come l'antroposofia in generale.
Torniamo al titolo del post.
Ora, quello che va analizzato, è come dalla critica feroce che,  in quest'ottica alla copia deviata del mondo spirituale rappresentata dall'arte, era partita già da Platone, sicuramente depositario indiretto della cultura ancestrale(bisogna pensare che le rappresentazioni "colorate" ed antropomorfiche di divinità e altro, che sicuramente a molti verranno in mente, sono ben posteriori, rispetto alla nascita del mito stesso, non pensate che nella teogonia greca, ci fossero le figurine, tra un scritto e l'altro, quando e se mai, fosse scritto...), siamo arrivati adesso all'assoluto ebetismo mentale, che mette al riparo da "sguardi indiscreti".
Ogni mezzo di comunicazione visivo, ogni immagine astratta ,ogni videogioco e ogni ricostruzione anche di quello che non potrebbe essere comunicato, con elementi presi da questa parte di mondo , ha su di noi, da questo punto di vista, un effetto pari a quello di un acido sulle cellule del cervello: ci aiuta con illusioni, mentre uccide caratteristiche vitali.
Lungi da me criticare totalmente la tecnologia, i videogiochi e tutto quello che, se usato con discrezione, potrebbe addirittura aiutare, ma la parola "discrezione", è alquanto poco presente, nel vocabolario di chi è figlio di questi tempi.
Perchè dico questo?
Si potrebbe pensare che, le immagini ci stordiscano, ci impigriscano e piano piano, superino la nostra capacità immaginifica, sostituendo quello che dovremmo creare noi, con cose già create...ma il problema è anche altro e comunque, questo, è facilmente visibile.
Il problema è che tutto questo blocca il processo di costruzione dell'immagine ed agisce effettivamente come un'interferenza visiva sul nostro occhio spirituale interno(non parlo di terzo occhio, per gli affezionati di un discorso esoterico/orientale, penso che quello che sia un'altra cosa ancora e riguardi immagini reali, ma non create da noi, ovviamente).
Ho provato in prima persona questo, anni fa e ho provato a far costruire  immagini mentali a svariate persone (ad esempio un ago, a partire dal metallo estratto, dagli strumenti che potevano estrarlo, alla lavorazione, alla forma, fino al mantenimento dinamico dell'immagine, davanti agli occhi) e, quando non trovavo una derisione, magari da parte di chi non si rende conto che non ha più niente di suo, nel pensiero speculare, trovavo la stessa cosa che si ha, quando si visualizza un immagine in uno schermo, con continue interferenze, causate da una pessima ricezione.
In sostanza, oltre alla difficoltà di sovrapporre le immagini di origine/lavorazione/forma/colore in una solo dinamica immagine che rappresenti la nostra creazione interiore, si ha anche quella del mantenimento della stessa, per più di un micro-secondo , dentro la nostra visione interna.
Molti dei libri che in passato parlano di ciò ( vi rimando alla lettura di questo per avere un ottimo riassunto), affermano della difficoltà iniziale che si può riscontrare nel portare avanti questo processo creativo, ma ne parlavano in periodi in cui mai e poi mai si sarebbe potuto immaginare un continuo e strenuo assalto a tale facoltà.
Addirittura,  ho letto  una volta, un articolo legato all'accellerazione del processo del sogno lucido, legato all'utilizzo sfrenato di video games 3d in prima persona: probabilmente, non è nient'altro un'incapacità del "cervello" di produrre altro che quello che ha visto per svariate ore di fila e niente ha a che vedere con il reale sogno lucido, tanto più se l'oggetto/ambiente del sogno, è lo stesso del video gioco.
Vi invito a provare: tentare almeno 10 minuti al giorno, di creare con la vostra essenza delle immagini, di oggetti inanimati che l'uomo può creare con le proprie mani, provare a visualizzare tutte le tappe della sua creazione ed fonderle in un'unica immagine concettuale che rappresenti la sua vera natura e provare ad averla, chiara, dentro di voi, come se guardaste la luna, senza nuvole, senza distogliere lo sguardo.
Se ci riuscite, avete un enorme dono; se l'immagine appare, scompare, cambia di forma, di colore, di grandezza si sposta al di là della vostra volontà, bene, rendentevi conto che non c'è scia chimica o microchip che possa battere la potenza di questo assalto interiore, realizzato da quando da bambini, iniziamo a assumere ore ed ore di droga anti-creazione.
E' importante sempre e più di sempre, pensare che se si parla di Magia, parola mai passata di moda, ma tristemente sconfinata in altri campi semantici, come quello della morale/sentimentale o nello spiritismo/psichismo da mezzo-uomo, si parla effettivamente di questo, ancestralmente la chiave di accesso per andare oltre,  risiede in noi, ma non basta essere sereni e superare "l'ego", come va tanto di moda dire: quello è solo accendere il motore della macchina, poi bisogna iniziare a muoversi.

giovedì 26 maggio 2011

Il neospiritualismo e la critica "profetica" di Guenon

Tratto da "il Regno della quantità ed i segni dei tempi"
 Il neospiritualismo

Questo scritto risale agli anni '40.
No comment.

"Abbiamo appena detto di coloro che, volendo reagire contro il disordine attuale, ma non possedendo le conoscenze sufficienti per poterlo fare in modo efficace, sono in qualche modo «neutra­lizzati» e diretti verso vie senza uscita; sennonché, oltre a costoro, ci sono anche quelli che, al contrario, è fin troppo facile spingere più innanzi sulla strada che conduce alla sovversione. Il pretesto che è loro fornito nello stato presente delle cose, è nella maggior parte dei casi quello di «combattere il materialismo», e certa­mente i più fra di loro vi credono sinceramente; ma mentre i primi di cui abbiamo parlato, quando vogliano agire in tal senso, approdano semplicemente alle banalità di una vaga filosofia «spi­ritualistica», senza alcuna portata reale, ma se non altro quasi inoffensiva, questi ultimi vengono orientati verso il campo delle peggiori illusioni psichiche, ciò che è ben altrimenti pericoloso. Di fatto, mentre gli appartenenti alla prima categoria, pur es­sendo più o meno contagiati a propria insaputa dallo spirito moderno, non lo sono tuttavia abbastanza profondamente da essere completamente incapaci di vedere, questi di cui tratterremo ora ne sono interamente penetrati e si fanno anzi, abitual­mente, un vanto di essere dei «moderni»; l’unica cosa che ripugni loro, fra le manifestazioni differenti di questo spirito, è il materialismo, ed essi sono a tal punto affascinati da quest’unica idea, da non accorgersi neppure che una quantità di altre cose, come la scienza e l ’industria che essi ammirano, sono strettamente dipendenti, per le proprie origini e per la loro stessa natura, da quel materialismo che gli fa così orrore. Ciò detto, è facile capire come mai un atteggiamento del genere debba essere al momento attuale incoraggiato e diffuso: costoro sono i migliori collaboratori inconsapevoli che si possono trovare per la seconda fase della azione antitradizionale; siccome il materialismo ha quasi finito di rappresentare la sua parte, sono essi che diffonderanno nel mondo quel che dovrà prenderne il posto; anzi, il loro compito sarà di venire utilizzati per aiutare attivamente ad aprire quelle «fendi­ture» di cui dicevamo in precedenza poiché, in questa sfera, non si tratta più solamente di «idee» o di teorie, ma, inoltre e contem­poraneamente, di una «pratica», che li
mette in contatto diretto con le forze sottili della specie più bassa; occorre aggiungere, del resto, che a questa funzione essi si prestano con tanto maggior buona volontà in quanto si illudono nel modo più completo sulla vera natura di queste forze, giungendo al punto di attribuir loro un carattere «spirituale».
Si tratta di quel che in modo generico abbiamo chiamato «neospiritualismo», con lo scopo di distinguerlo dal semplice «spiritualismo» filosofico; in questa sede potremmo quasi accontentarci di ricordarlo semplicemente a modo di «pro memoria», in quanto già consacrammo, in altre occasioni, studi speciali a due delle sue forme più diffuse [Cfr. R. Guénon, L’Erreur spirite, cit., e Le Théosophisme, histoire d’une pseudo‑religion, Paris, 1921]; esso però costituisce un elemento troppo importante, fra quelli che sono tipici dell’epoca con­temporanea, perché possiamo astenerci dal rammentare almeno i suoi tratti principali, astrazion fatta tuttavia, per il momento, dell’aspetto «pseudoiniziatico» rivestito dalla maggior parte del­le scuole che si ricollegano ad esso (ad eccezione beninteso delle scuole spiritistiche, le quali sono apertamente profane, ciò che d’altronde è richiesto dalle necessità della loro estrema «volgarizzazione»), giacché dovremo ritornare più tardi su questo argo­mento in modo particolare. Per cominciare è opportuno notare che non si tratta di un insieme omogeneo, ma di qualcosa che assume una molteplicità di forme diverse, quantunque il tutto presenti sempre un numero sufficiente di caratteristiche comuni per poter essere legittimamente riunito sotto una stessa denomi­nazione. Ma quel che è più singolare, è che tutti i raggruppa­menti, le scuole ed i «movimenti» di questo genere siano co­stantemente in concorrenza o addirittura in lotta gli uni con gli altri, al punto che sarebbe ben difficile trovare altrove, tranne for­se fra i «partiti» politici, o di più violenti di quelli che esistono tra i loro rispettivi aderenti, mentre tuttavia, per una strana iro­nia, tutte queste persone hanno la mania di predicare la «fraternità» a proposito e a sproposito! Si tratta di qualcosa di veramente «caotico», che può fornire, ad osservatori fossero
pur superficiali, l’impressione del disordine spinto alle sue punte estreme; d’altronde anche questo non è se non un indizio che il «neospiritualismo» costituisce una tappa già piuttosto avanzata sulla via della dissoluzione.
D’altra parte, il «neospiritualismo», nonostante l’avversione che manifesta nei confronti del materialismo, tuttavia rassomiglia a quest’ultimo sotto più d’un aspetto, al punto che si è potuto, con sufficiente ragione, usare al suo proposito l’espressione di «materialismo trasposto», cioè, insomma, esteso oltre i confini del mondo corporeo. A mettere particolarmente bene inevidenza la giustezza di questa osservazione sono quelle grossolane rappre­sentazioni del mondo sottile e di un preteso mondo «spirituale» a cui abbiamo già fatto allusione più indietro, le quali non sono fatte d’altro che di immagini prese in prestito dal campo corpo­reo. Questo stesso «neospiritualismo» si riallaccia inoltre in modo più effettivo ancora alle tappe anteriori della deviazione mo­derna tramite quello che si può chiamare il suo lato «scientisti­co»; anche questo abbiamo già segnalato trattando dell’influsso esercitato sulle differenti scuole da parte della «mitologia» scien­tifica del momento in cui esse videro la luce; ed è il caso, altresì, di far risaltare in modo tutto particolare quale parte, invero con­siderevole, abbiano nelle loro concezioni, senza eccezioni ed in modo affatto generale, le idee «progressistiche» ed «evoluzioni­stiche», le quali sono senza ombra di dubbio uno dei segni più tipici della mentalità moderna, e sarebbero perciò sufficienti, da sole, a caratterizzare tali concezioni come un prodotto fra i più incontestabili di questa mentalità.
Si aggiunga poi, che quelle stesse fra queste scuole che mettono in mostra un andamento «arcaico» utilizzando a modo loro frammenti d’idee tradizionali incomprese e deformate, o mascherando al bisogno idee moderne sotto un vocabolario copiato da qualche forma tradizionale orientale od occidentale (tutte cose che, sia detto per inciso, sono in formale contraddizione con la loro credenza nel progresso» e nell’«evoluzione»), sono costan­temente preoccupate di far andar d’accordo queste idee antiche, o pretese tali, con le teorie della scienza moderna. Un lavoro di questo genere è del resto incessantemente da ricominciare a mano a mano che tali teorie cambiano, ma bisogna dire che coloro che vi si dedicano hanno il compito semplificato dal fatto di tener quasi sempre conto soltanto di quel che possono trovare nei lavori di «volgarizzazione».
Oltre a ciò, il «neospiritualismo» è anche in perfetta conformità con le tendenze «sperimentali» della mentalità moderna in quello dei suoi aspetti che abbiamo denominato «pratico»; ed è in virtù di questo aspetto che esso riesce, a poco a poco, ad esercitare un influsso notevole sulla scienza stessa, e a insinuarsi in essa in qualche modo per mezzo di quella che viene chiamata la «metapsichica». È fuor di dubbio che i fenomeni a cui quest’ultima fa riferimento meritano, in sé, di essere studiati almeno tanto quanto quelli dell’ordine corporeo; quel che si presta ad obiezioni è il modo in cui essa pretende studiarli, applicando loro il punto di vista della scienza profana; i fisici (i quali si accaniscono a far uso dei loro metodi quantitativi fino a voler tentare di «pesare l’anima»!) e financo gli psicologi, nel senso «ufficiale» della parola, sono certo le persone meno preparate che si possano immaginare per uno studio di questo genere, e per ciò stesso più suscettibili di chiunque altro di cader preda delle illusioni [Dicendo questo non intendiamo parlare esclusivamente del conto in cui bisogna tenere la frode cosciente ed inconsapevole in questo genere di cose, ma anche delle illusioni che possono sorgere quanto alla natura delle forze che intervengono nella produzione reale dei fenomeni detti «metapsi­chici»]. Ma non basta: di fatto le ricerche «metapsichiche» non vengono quasi mai intraprese in modo totalmente indipendente dagli appoggi dei «neospiritualisti», soprattutto degli spiritisti, ciò che prova come questi ultimi abbiano, tutto sommato, la ferma intenzione di farle servire alla loro «propaganda». Ma quel che forse è ancor più grave sotto questo riguardo è che gli sperimentatori sono posti in tali condizioni da trovarsi obbligati a ricorrere ai «medium» spiritistici, vale a dire ad individui le cui idee preconcette modificano notevolmente i fenomeni in questione conferendo loro, se così si può dire, una «colorazione» speciale, e ciò tanto più in quanto sono stati allenati con cura tutta particolare (esistono persino delle «scuole per medium») a servire come strumento e «supporto» passivo di certe influenze appartenenti ai «bassifondi» del mondo sottile, influenze a cui essi servono di «veicolo» dovunque vadano, le quali per di più non mancano di contagiare pericolosamente tutti coloro, scienziati o non scienziati, che vengono in contatto con loro e che, a causa della loro ignoranza di quanto si cela dietro queste cose, sono assolutamente incapaci di difendersene. Non insisteremo oltre su questo argo­mento, anche perché ci siamo già sufficientemente spiegati a questo proposito in un’altra sede, ed in fondo non ci resta che rin­viare coloro che sentissero il bisogno di più ampi sviluppi a queste nostre opere; tuttavia ci preme di mettere in risalto, poiché si tratta di una caratteristica del tutto tipica dell’epoca attuale, la stranezza della funzione dei «medium» e della pretesa necessità della loro presenza per la produzione dei fenomeni derivanti dalla sfera sottile. Perché mai niente del genere esisteva un tempo, ciò che non impediva affatto alle forze di questo tipo di manifestarsi spontaneamente, in determinate circostanze, con un’ampiezza ben diversa di quanto non accada nelle sedute spiritiche o «metapsichiche» (e questo, molto spesso, in case disabitate o in luoghi deserti, il che esclude l’ipotesi troppo comoda della pre­senza di un «medium» incosciente delle proprie facoltà)? Ci si potrebbe chiedere se dopo ’apparizione dello spiritismo non sia cambiato in realtà qualcosa nel modo stesso in cui il mondo sottile agisce nelle sue «interferenze»
con il mondo corporeo, e in fondo non si tratterebbe che di un altro esempio di quelle modificazioni dell’ambiente che già abbiamo rilevato discutendo degli effetti del materialismo; ad ogni modo, quel che c’è di certo in tutta questa faccenda è che si tratta di qualcosa che risponde perfettamente alle esigenze di un «controllo» esercitato su queste influenze psichiche inferiori, già essenzialmente «malefiche» in se stesse, per utilizzarle più direttamente in previsione di certi sviluppi ben determinati e conformi al «piano» prestabilito di quell’opera di sovversione per la quale esse sono ora «scatenate» nel nostro mondo."

mercoledì 25 maggio 2011

Lo specchio della trascendenza : il portale invisibile del numero undici

Premetto che parlare, nei termini in cui ne se parlerà qua,  del simbolismo legato al numero 11(o parte di esso, visto che l'argomento  è un qualcosa di  assolutamente sconfinato) non è nè da ricondursi agli aspetti quantitativi della matematica o della fisica,  nè a quelli neo-esoterici di qualche presunto "numerologo", nè a qualsivoglia altra visione magica, legata a tradizioni di poco conto o assolutamente fantasiose, come quelle new age, figlie (anzi, ormai nipoti) di errori, resi "colorati" negli anni settanta : non mi stancherò mai di parlarne.
Sarà una dissertazione sopra le righe,  che darà voce,  ove possibile, al  simbolo stesso; discussione sicuramente personale, ma ancora più sicuramente legata a quello che ogni sfaccettatura di tale  numero può presentare: questo è indissolubilmente legato a chi guarda, a chi vive il simbolo, anche se  con umiltà e senza superimposizione dell'ego, senza pensare che la comprensione di qualcosa, su questo piano,  si ponga automaticamente come un arricchimento quantitativo/personale di qualsiasi tipo : è solo una constatazione che può, a sua volta, portare verso altri lidi.
Per quello che riguarda chi ha raffigurato, trasportato nel tempo o raccontato l'idea di un simbolo, è bene pensare che chiunque sia e per quanto sia o meno consapevole di quello che sta facendo, rappresenta sempre un mezzo, ne parleremo strada facendo.

Il Simbolismo totale presente nel numero 11 è a dir poco impressionante.
Dal punto di vista della sua natura più ontologica, diciamo "esistenziale",  rappresenta l'unità che si riflette in sè stessa,  realizzando l'idea ancestrale di dualità come separazione apparente dell'uno, in realtà presente in entrambe le metà.
E' sicuramente il numero che va oltre, il primo che non possiamo contare con tutte le dita delle mani ed il primo che, al pari dello zero, rappresenta l'uscita dalla perfezione pitagorica e cabalistica del 10.
In effetti, se andiamo a riprendere la celebre e già presente su queste pagine "Tetraktis" Pitagorica, è facile notare che,  l'invisibile superamento, in ogni direzione ci si muova al di fuori della forma pitagorica, porterebbe alla rappresentazione del numero 11, tant'è che la sua funzione di numero  che va oltre, va a sovraincidere con la funzione invisibile  di partenza del numero zero, lo stesso potremmo affermare per l'albero della vita della Kabbalah: ogni ipotetico elemento singolo che si va, invisibilmente,  ad aggiungere alla perfezione "visibile" porta alla dualità, realizzata simmetricamente, portando all'entità numerica di undici.

Il superamento è da intendersi come, appunto, un unico elemento composto dai numeri uno sino a dieci,  che come va a sommarsi alla prima unità "sovrasensibile" in qualsiasi direzione(ma solo dopo aver conquistato la decina perfetta), ciò riconduce all'unicità che può riflettersi in sè stessa e finalmente riconoscersi :  l' unità "esterna e speculare"come tale, non può essere presente esplicitamente nel simbolismo, ma soltanto esotericamente, in quanto è chiaro che la funzione dell'11 è il non conoscibile, appunto al pari dello 0, ovvero l'ignoto.
Considerato quindi, la corrispondenza con lo 0 , che va necessariamente a collocarsi prima del numero uno,  nel triangolo pitagorico , possiamo immaginare l'unità che si riflette, in senso speculare, con un altro triangolo, in quanto l'unità conquistata come elemento di fusione dei numeri da 1 a 10(1 +0 = 1), deve necessariamente rispecchiare la stessa quantità, in senso inverso (dato che l' unità invisibile, che forma l'11, è la prima che fuori esce dalla figura, quindi il senso d'orientamento appare palese), sembra chiaro che l'esistenza di tale numero, a questo punto, è causata dalla necessaria combinazione di un triangolo con l'altro, ognuno dei due ha bisogno della presenza dell'altro,  per giustificare la  propria presenza ontologica, nel momento in cui si vuole avere andare "oltre", da entrambe le parti.
Nell'architettura sacra greca dei templi , si può notare la tetraktis posta sopra le colonne dell'ingresso  come, ad esempio, nel tempio della concordia di Agrigento , dove tra il limitare della base del triangolo divino ed il colonnato, si possono notare 11 triglifi(la cui presenza decorativa, nei templi, trova una spiegazione "ufficiale" abbastanza fallace, per quel che mi riguarda, ma come ho già detto e dirò nuovamente, ci interessa la manifestazione del simbolo, non chi l'ha prodotta,  ci interessa sapere se il simbolismo trova corrispondenze nella natura ancestrale che supera culture e tempi diversi), come se, all'ingresso del tempio, si volesse aggiungere un'irradiazione divina, inserendo il simbolo del superamento, proprio sopra il punto d'accesso di un luogo sacro.



L'analogia tra lo zero, come origine invisibile del tutto e l'undici, come dualità speculare dell'uno, si trova anche altrove.
Ad esempio, nel simbolo forse più antico e basilare, per la formazione di qualsiasi altra forma simbolica, il cerchio, traslitterazione della figura piana della sfera, il vero punto di origine esoterico è il centro(invisibile ) dello stesso, la cui emanazione trova compimento nel perimetro che delimita l'esistenza stessa della figura. (simboli della scienza Sacra - R. Guenon)
Quindi, stavolta, la sovrapposizione tra zero ed undici sarà, come dire, "interna": il simbolo del Tao, ad esempio trova le unità distaccate e speculari(rappresentate internamente da due cerchi, idea di totalità, come i due triangoli formati dalla decina pitagorica opposti, di cui sopra) che formano la dualità  dell'undici,  in corrispondenza del centro(0) verso l'esterno.
Ancora certe icongrafie legate a rappresentazioni di Chakra, mostrano nel centro una figura femminile e maschile assieme, rappresentati,taoisticamente,  il principio femminile e maschile, come nel "manipura" in cui abbiamo, guardacaso, 10 petali del loto esterni e l'undicesimo, esoterico, in corrispondenza del centro.(simboleggiato, ovviamente, dal triangolo rovesciato, speculare della tetraktis, intesa dai petali).




L'icongrafia del Giano bi-fronte(Dio italico del materiale e dell'immateriale, uno dei più antiche del Pantheon Romano), pure in chiave Cristiana, in cui si ha la dualità, prodotta da due volti, uno giovane ed androgino, l'altro più anziano e femminile, in cui si deve ricercare, sempre in senso occulto, il vero volto centrale/invisibile( R. Guenon), che è sempre collegato allo 0, fulcro del cerchio, onnipresente.


Anche per quello che riguarda il periodo della cristianità avanzata, si trova tutto ciò: il celebre quadro di Masolino "Miracolo della neve", che serve ad intrattenere le masse con diatribe tra squadre ufologiche ed  iconografiche classiche, per me piuttosto inutili, in contesti così evidentemente pregni di simbolismi( niente di meglio, per evitare di parlare di altro, che vedere dischi volanti ovunque....), si ha il simbolismo di Cristo e La Madonna, emanato dal centro del cerchio.
Credo anche che, prendendo spunto da "Iside-sophia: la dea ignota" di Massimo Scaligero, armonizzatore del pensiero di Steiner e della tradizione misterica iniziatica portata avanti da Guenon o J. Evola, la simbologia dell'11, intesa come superamento esoterico (e improntata all'auto-conoscenza del tutto in sè stesso) della tetraktis /albero della vita, serva per rispondere alla questione seminale legata alla verginità della Madonna Cristiana(principio femminile) in concomitanza alla presenza del Logos/Cristo(principio maschile), rappresentato da Gesù.
Ebbene, "antroposoficamente" parlando, il processo di superamento del pensiero logico/dialettico, va letteralmente a coincidere con la fonte del pensiero: il pensiero epurato( la monade che comprende l'1 al 10, l'unità riconquistata, che a questo punto può essere vista anche in senso decrescente da 10 ad 1, tanto la risultante sarà sempre 1), "vergine" accoglie dentro di sè il logos( l'uno invisibile,  il triangolo rovesciato, che "guarda caso" è uno dei simboli  del graal/cuore di Gesù, ma anche l'emanazione che arriva dal principio, come abbiamo visto prima essere "invisibile" nella tetraktis e al centro del Chakra "manipura"), quindi Maria-Iside-Sophia accoglie dentro di sè  Cristo, attuando il principio dell'uno, dato che sono la stessa entità, per cui il logos è anche padre di Maria/Iside, ma separato nella dualità maschile/femminile ancestrale, nel punto dello 0, nella trascendenza pura.
Un chiaro segno riassuntivo di quello che abbiamo detto fino ad adesso è rappresentato dalla facciata della basilica di San Giovanni in cui è presente la Tetraktis pitagorica a cui si contrappone l'undici/tetraktis rovesciata rappresentato dal Cristo risorto, undicesima figura centrale verso cui convergono pure le altre, direi che qua, il simbolismo ci parla direttamente, addirittura urla.



Ma l'idea del superamento, della trascendenza, dell'andare oltre, raffigurato nell'equilibrio riconquistato della dualità dei principi maschile/femminile si trova anche in un altro seminale simbolo: le ancestrali "colonne d'Ercole".
Ovviamente, non è questo l'ambito per cercare attinenze storico/geografiche, del tutto inutili, dal mio canto, per tentare di capire cosa si intenda in realtà per "colonne", tipico di chi ragiona solo logicamente o pragmaticamente è avere un punto d'appoggio così apparentemente solido, per dare descrizioni di narrazioni altamente occulte, modo di pensare decisamente legato al  mondo in cui viviamo oggi,  ma non certo normale per Dante o altri come lui, di cui abbiamo parlato in termini esoterici anche in questi luoghi, qua a dimostrazione del fatto che poco e niente ci è dato sapere, se affrontiamo tematiche del remoto passato con gli occhiali presuntuosi del presente.
Viene da sè che il simbolismo del numero 11, trova attinenza con le due colonne di Eracle, dato quello che abbiamo detto sino ad adesso, oltre alla forma duale, realizzata dalla specularità dell'1, anche l'idea del superamento, è chiaramente implicita: pensare che l'episodio tratto dalle fatiche di Ercole(interconnesso alle entità solari, come cristo o il leone, spesso raffigurato al vertice di due colonne speculari) risalga a qualcosa d'anteriore, è d'obbligo, come lo è pensare che lui costruisca le colonne proprio nell'episodio della Decima fatica, sempre per onorare il simbolismo del superamento/riflesso del 10 della Tetraktis.
Ma tornando al Dante esoterico ed al celebre XXVI canto in cui Ulisse racconta di come, cercando di passare attaverso le colonne d'Ercole, perì con tutti i suoi compagni nel "folle volo", si può avere una lettura assolutamente illuminante di tutto ciò: la critica comune che vuole Dante, come timorato di Dio, che punisce l'impersonificazione della curiosità aristotelica/scientifica di Ulisse, nel volersi spingere oltre il dogma cattolico/cristiano, non regge, almeno nei termini scolastici in cui viene sempre riferito.
Non regge, perchè Dante ci vuole dire(ed in molti casi, lo fa, per chi può capire, come dice lui) altro e vuole dire che le colonne D'ercole/undici ancestrale rappresentano la realizzazione di un percorso iniziatico/misterico, che non può essere affrontato razionalmente, con una ricerca logica, pena la dissoluzione nello 0 assoluto, nell'ignoto, che se viene visto con gli occhi della mente razionale, è pura morte; Ulisse non è l'uomo moderno, ma semplicemente l'impersonificazione dell'intelletto terreno che si infrange contro le barriere divine...tanto più, che Dante stesso, ancora all'inferno, quasi cade nelle fiamme, per ascoltare Ulisse, a dimostrazione del fatto che, il suo cammino iniziatico non era maturo per sapere e, l'inganno della razionalità, nei confronti dell'assoluto aveva rischiato di bruciarlo a sua volta.
Le acque che ricoprono l'imbarcazione, sono il simbolo della mente che, non preparata ad una simile potenza, si rivolta contro sè stessa e si auto-annichilisce, alla presenza dell'ineffable.
Credo che ogni tanto, mi ritroverò ad aggiornare questo scritto, con altre analogie e altri simbolismi che, piano piano, si palesano.
Certo è che, se prendiamo questa entità numerica, come simbolo dell' ingresso nel trascendente, che si attua riunendo in uno le dieci "sephiroth", per poter attuare, attraverso l'ignoto(lo 0) il riflesso speculare del tutto, non può non venire in mente quello che un famoso 11 settembre è accaduto alle "moderne" colonne d'ercole (più lo "0", rappresentato dalla terza struttura, in cui, paradossalmente, si ha la verità), ovviamente parlo delle torri gemelle e del World Trade Center: qua, il simbolismo risulta quasi imbarazzante, tra aspetto numerico e visivo.



Non sono decisamente un complottista.
Stimo chi,  in buona fede,  ricerca dati e prove,  per amore sincero della verità e della giustizia,  ma,  in un'ottica che prescinde dalla nostra esistenza come entità sociali in un dato momento storico, questo episodio, sarà ricordato tra milioni di anni,con una leggenda, un mito dietro a cui ci starà del simbolismo, come il ritorno di Ercole sulla terra, compiuto per prendere indietro le sue Colonne, per privarci del mezzo per accedere verso il sovrasensibile, a causa di come l'uomo ha calpestato ciò che aveva in questi termini e perchè la dissoluzione delle caratteristiche tradizionali, presenti ancora fino a qualche secolo fa ma adesso totalmente distrutte, non avrebbe potuto più permettere l'accesso a tutto ciò...e questo è in linea con quello che accade, con quello che accade ogni volta in corrispondenza della data 11, con le varie catastrofi che indicano sempre lo stesso fattore , il distacco della spiritualità autentica, la chiusura della porta del mondo superiore.
Fingere che non sia così, vuol dire fingere di non vedere, bisogna essere consci del periodo in cui viviamo e non si deve reagire con una spiritualità "morale" e speranzosa , senza basi,  ma accettare,  in virtù del fatto che parti di noi sono e saranno eterne, avranno altri momenti per emergere, questo no: il simbolo della porta sull'infinito è stato distrutto, scrivete il numero 11 sui motori di ricerca e avrete macerie: sin troppo clemente è stato con noi, nel palesarsi così, tale segno metafisico.
Non accettarlo, vuol dire sentirsi mortali, pensare di cambiare ora con i mezzi che abbiamo e aspettative sognanti, nate come risposta alla tristezza quotidiana , sarebbe come se le cellule cercassero di combattere il cancro, fingendo di potercela fare, regalando solo dolore al corpo di cui fanno parte: il simbolismo dell'11 troncato, delle colonne d'ercole/portale del mondo spirituale infrante va accettato come simbolo in sè stesso, senza necessariamente pensare a chi ha voluto fare questo e al motivo per cui l'ha fatto, sicuramente esistente, ma che sarà dimenticato, al contrario dell'evento, che sarà associato a quello che, a fatica, ci riesce capire, se non guardiamo lo svolgersi della vita in un'ottica più ampia.
Questo non vuol dire arrendersi, vuol dire essere coscienti della vita macrocosmica in cui siamo immessi da sempre, della fine del Kali yuga e sapere che l'importanza di qualcuno che assiste alla fine di un'qualcosa non è da meno di quelli che assistono alla nascita di qualcos'altro.
Questo e quest'altro ancora mi dice questo simbolo, sicuramente chiunque può pensarla diversamente, come chiunque può essere d'accordo.
Ma non ho parlato per illuminare niente e nessuno, solo per onorare quello che, sicuramente, era compito mio fare, magari solo per il futuro, perchè qualcuno rilegga o magari solo per necessità.
Non lo so.

Ho descritto cose che sicuramente sono di dominio pubblico, legate alla dualità,  al simbolismo del maschile/femminile, alla visione iniziatica del logos, ma l'entità numerica della doppia unità riflessa e distinta, è stato il mio vascello, che mi ha permesso di muovermi nella comprensione totale di quanto detto e altro, non detto.

Ma questa è solo la mia voce,  che ha già snaturato il simbolo, solo per averlo descritto, anche se ciò è stato fatto in virtù di una dimostrazione effettiva di una trascendenza evidente, di un elemento cosmico ed immortale, dato a noi e connesso con noi, per decifrare quello che siamo e capire dove siamo, al di fuori di linguaggi, culture e visioni legate al presente...sicuramente la natura del simbolo vivrà, anche tra le macerie, anche tra la confusione spirituale, sempre diversa e soggettiva che la gente crede di vivere e tra i sempre meno materialisti, ma dissolti contemporanei e tornerà ad essere viva, quando ci riapproprieremo della devozione necessaria, per far coincidere il nostro essere completo, con l'albero della vita trascendente, con il logos e con quello che è nascosto dietro all'idea del numero.
Trovate i vostri simboli.

lunedì 23 maggio 2011

sound of matrix meditation file - 11 total power

Stavolta qualcosa di veramente particolare, molto "sentito" da parte dell'autore...il suono percussivo dell'intervallo di undicesima, che si muove nel silenzio o tra le armonie, mantenendo la sua identità e arricchendo quello che tocca.
A breve(spero) dovrei scrivere qualcosa riguardo la potenza simbolica di questo numero: niente mera numerologia, ma visione spregiudicata della realtà, come sempre.
Buona espansione.

11 total power

domenica 22 maggio 2011

Jiddu Krishnamurti - noi siamo il mondo

Decriptare la realtà - le necessarie premesse



Questo blog, al contrario di tanti, anche di quelli che apparentemente non vorrebbero darne l'impressione, non cerca popolarità e non vuole fare proseliti.
Non si vuole nemmeno raccontare qualche grande e nascosta verità, perchè questo sarebbe naturalmente connesso con quello che ho scritto sopra, considerato soprattutto che, una verità, è tanto più reale, quanto meno comunicabile si presenta nella vita degli uomini e se questo vi sembra contraddittorio, potete già abbandonare questi luoghi.
L'unica cosa necessaria da ricercare è l'attitudine mentale per chi vuole osservare l'apparato simbolico in cui siamo immersi, di cui facciamo parte e in cui viviamo, incosapevolmente: a me non interessa aiutare nessuno, perchè vuol dire sempre imporre il proprio "essere" come più valido, rispetto a quello di altri, io scrivo e basta, anche solo per essere criticato ed imparare a mia volta, un pò di più.
E questo lo comprenderanno in pochi, per un semplice motivo: la maggior parte di quello che viene pensato, vissuto e detto, proprio da chi crede di vedere tutto ciò con chiarezza, è un muro con delle illusioni disegnate sopra, un muro costruito da altri ed assunto come vero che si pone di fronte alla giusta visuale d'osservazione della realtà, sostanzialmente perchè si cerca sempre una via di fuga,  pre-cotta,  pre-collaudata,  non rischiosa e, soltanto ed unicamente intellettuale,  anche se ammantata da blanda spiritualità e sinceramente avvertita "dentro".
Sostanzialmente, ogni forma di spiritualità attuale, in cui vanno ad intersecarsi presenze aliene ed extra-dimensionali di ogni tipo, fisica quantistica , osservazioni cosmologiche , leggende pseudo-ancestrali (ahimè, soltanto exoteriche, quindi con valenza nulla), osservazioni psicologiche e ipnologiche fuse con inutili ricerche - solo quantitative e non qualitative , perciò schiave dello spazio/tempo- di statistica e,  per finire,  il vago senso di misticismo che ricopre ogni argomento suddetto come una melassa, che aiuta a digerire tutto come valido, non è nient'altro che pura invenzioni degli ultimi 100 anni di storia, l'unico motivo per credere il contrario è il non rendersene conto, davvero, non ce ne sono altri.
100 anni, in cui, inesorabilmente, abbiamo imparato a sentirci superiori(anche quando crediamo di non esserlo) rispetto a chi c'era prima di noi, in cui abbiamo iniziato ad aprire le porte ad ogni tipo di teoria, rendendola dogma, sostanzialmente per paura e perchè convalidata da un numero sempre più ampio di persone(motivazioni sub-umane), in cui abbiamo fieramente dimenticato quello che l'uomo è sempre stato.
Tragicamente divertente vedere come si passa dal parlare, nell'arco di due minuti, di amore universale, di amore "cosmico" - urlato da ogni tipo possibile di profeta,  di scienziato pentito, di canalizzatore illuminato, di "contattista", di tuttologo del caos incosapevole-  all'odio e al senso di disperazione nei confronti dell'elitè vigente, l'astio verso gli esponenti del new world order e di chi ci governa, oppure come si ama l'alieno invisibile dei messaggi di speranza Letale o si odia quello che rapisce, ruba l'anima cercando di clonarla da tempo immemore senza riuscirci, credendo alla loro presenza come tale e ai miracoli raccontati da "illustri professori", perchè  il "discernimento" più la scienza ce lo possono far sapere, ma impazzendo di orgoglio, quando qualcuno prova a parlare dell'esistenza storica di Gesù o di episodi della vita di Siddharta, perchè non esistono documenti a riguardo o non se ne trova traccia nei discorsi delle anime o dell'inconscio raccolti dai poveri ipnologi regressivi, new age o meno, schiavi di forze che nemmeno conoscono, non chiededoci come mai sia stata fatto un vuoto storico incredibile nei confronti di tante figure, che comunque si conoscono: due pesi e due misure nel complottismo pilotato.
Il senso di drammatica contraddizione delle tonnellate di persone, chiuse in un ufficio, dietro ad un nick/nome di speranza e potenza cosmica, incastrato nelle home-page dei social network, seduti a fare la vita che si è scelta da soli, una vita spesso meccanica e brutale, in cui non ci si rende conto che quello spiraglio di eternità che si vuole emanare e ricevere, anche fosse la fine del mondo, è il desiderio inconscio di una forza esterna che faccia "il lavoro sporco" al posto nostro : gente che dice di essere "uno" con l'universo, che dice di essere Dio o parte di esso, che è figlia del risveglio globale ma che non perde tempo a prendere le distanze dal governante scomodo,da quello che maltratta animali o dal pedofilo , come se anche loro non fossero parte del cosmo, senza  riuscire nemmeno a rendersi conto da dove nasca tutto ciò che intimamente professano, solo questo dovrebbe portare alla luce l'inganno intellettuale in cui si vive.
Da dove nasce, lo sapete?
Da dove arriva il risveglio Globale, gli alieni, gli essere di luce, il "noi siamo Dio", il new world order, il 2012, il salto quantico, le abduction,  la scienza che spiega la spiritualità?
Ecco, se pensate che sono cose che esistano da sempre e quello che ci ritroviamo adesso, è semplicemente una scoperta o una reintepretazione di ciò che da molto tempo, se non da sempre esiste , potete chiudere questa pagina, per un semplice motivo: non ho la pretesa nè di convincere nessuno, nè di aprirgli gli occhi, perchè questo dovrebbe arrivare da sè e qua troverete solo qualcuno che,  letteralmente, deride il teatro degli orrori assunto da tanti(troppi) come vero.
Al massimo vi potrei dire di leggere un pò, ad esempio,  per scoprire come i seguaci della teosofia(Tradendo la sua fondatrice), dello spiritismo,dell'occultismo neo-massonico non tradizionale e, ahimè anche dell'antroposofia , abbiano iniziato ad incorporare nelle loro teorie, le allora recenti scoperte scientifiche, come di qualcuno abbia iniziato a parlare dell'aura come qualcosa di visibile e di come questo avesse a che fare con il magnetismo, come piano piano, le entità luciferiche, che dovevano essere  in ogni tempo, usate e superate, divenissero le guide di tali neo-occultisti e di come questo sia arrivato ai giorni nostri, molto banalmente, come era iniziato: una specie di rimbalzo tra scienza e spiritualità deviata, che è diventata sempre più tecnologica e descrivibile, calcolabile e misurabile, fino a che è diventato normale dire:" la nostra epoca è migliore, perchè grazie alla scienza, possiamo andare oltre, rispetto a quello che l'esoterista poteva sapere, con i suoi mezzi"
Ed ecco la morte dell'uomo, la morte della sua componente incomunicabile e realmente trascendente.
Morte dell'uomo che non riconosce più che la mentalità ed il modo di essere, precedente al nostro fosse diverso(di solito rispetto ed ammirazione, parola che sento sempre, nei confronti dell'antico, sono un chiaro segnale di incomprensione e presa di distanza) di come il simbolismo fosse anche legato alla realtà e di come non ci si renda nemmeno conto di quando si è diventati schiavi del numero, per quello che riguarda la parte quantitativa e non qualitativa.
Ci riesce sinceramente difficile pensare come reale un prinicipio, in cui "l'antico" credeva(anzi, sapeva con esattezza, siamo noi che vogliamo pensare che ci credesse soltanto e se ne convincesse) fosse realmente racchiuso il seme di una verità autentica e pensiamo che, analizzando, scomponendo, misurando e andando sempre più nel piccolo, ritorneremo a ricostruire quella verità, come se analizzando la frequenza di ogni nota di una sinfonia di Beethoven, potessimo ricostruirne il talento, per farlo nostro...tutto il resto, lo "misuriamo" con delle teorie, che, per quanto affascinanti, sono solo una forma di neo-misticismo volto a giustificare quello che non si può ancora calcolare, una sorta di nuova mitologia nascente, ma senza la giustificazione ontologica che aveva la reale mitologia.
Tutto questo, per chi vuole davvero allinearsi con l'incomunicabile, per chi vuole scoprire, cosa c'era prima del male centenario, che ingabbia in una realtà fatta di immagini fittizie e scoperte, destinate a far morire e poi morire esse stesse, deve essere abbandonato.
Non sapete niente di tutto ciò, ve l'hanno detto, l'avete accettato a tal punto, che credete di sentirlo e, nel sentirlo, diventate diffusori di prigionia tra voi e chi vi sta vicino, inventandovi mille teorie sul perchè, stranamente, "l'elitè" vi lasci parlare di grandi verità indisturbati e non chiedendovi MAI e poi MAI, se questo sia fatto volutamente o se anche voi siete micro-appendici del nuovo ordine mondiale, visto che state dalla parte ricca del mondo e non fate una virgola per cambiare questo, perchè, sostanzialmente, non è poi così male.
Intanto l'elitè, continua il suo percorso, sotto gli occhi di allucinati risvegliati cosmici, auto-dei, animici, complottisti e depositari di grandi verità, con i loro grandi conti in banca.
Levati i saluti indiani di cui ignorate la valenza primordiale, le vostre conoscenze prese in prestito e le sicurezze, rese reali da una scienza, che tra 10 anni sarà completamente diversa e da  teorie che saranno ovviamente screditate o superate, nell'essere confermate e dal fatto che tanti, la pensano come voi...cosa vi resta?
Da soli, cosa avreste scoperto?
Avreste mai, scoperto qualcosa?
Soprattutto, pensate che un Giordano Bruno, non sarebbe arso vivo pure adesso?O  lo farebbero parlare liberamente, in mezzo a menzogne, così la sua verità sarebbe confusa, ma comunque arriverebbe a qualcuno, che potrebbe sperimentarla o no?O magari, sentite qualcos'altro..sentite che si è creato una specie di reticolato invisibile, che impedisce a chi vorrebbe urlare il proprio pensiero, di poterlo fare, se non segue delle tristi e non fondate regole spirituali/scientiste/quantistiche?
Questo scritto finisce con :" se voi foste nati da soli nel deserto, cosa sareste stati, senza le vostre conoscenze prestate, senza nessuno che vi avesse detto cos'è la spiritualità, in cosa avreste potuto rispecchiarvi?"
Rispondere onestamente, è probabilmente il primo passo per onorare quello che siamo e non vi darò certo io  la risposta, so a malapena la mia.
Ma è indubbiamente mia, senza prestiti.



venerdì 20 maggio 2011

Jean Sibelius e la musica "modale" dell'estremo nord


"Johan Christian Julius Sibelius, conosciuto come Jean Sibelius (Hämeenlinna, 8 dicembre 1865 – Järvenpää, 20 settembre 1957), è stato un compositore e violinista finlandese di lingua svedese. Insieme a quelle di Elias Lönnrot e Johan Ludvig Runeberg, la sua figura è il simbolo musicale dell'identità nazionale finlandese. In Finlandia è conosciuto anche con il nome di Janne Sibelius.

Jean Sibelius nacque nel 1865 a Hämeenlinna nel Granducato di Finlandia, sotto il dominio russo. La sua famiglia, per metà svedese, decise consapevolmente di mandare Jean in una importante scuola di lingua finlandese. Ciò deve vedersi come parte della più ampia crescita del movimento dei fennomani, un'espressione del nazionalismo romantico che sarebbe diventata una parte cruciale della produzione artistica e delle idee politiche di Sibelius.

Le sue composizioni più note sono Finlandia, Valzer Triste, il Concerto per violino e orchestra, la suite Karelia e Il cigno di Tuonela (un movimento della suite Lemminkäinen), ma egli scrisse molta altra musica, tra cui altri pezzi ispirati al Kalevala, sette sinfonie, oltre cento canzoni per voce e pianoforte, musiche di scena per 13 drammi, un'opera (Jungfrun i tornet, inedita), musica da camera tra cui un quartetto d'archi, musica per pianoforte, musica corale e musica rituale massonica.

Il grafico finlandese Erik Bruun usò Jean Sibelius come tema per la banconota da 100 marchi dell'ultima serie di tale valuta."
(da wikipedia)

Musica estremamente raffinata ed evocativa, quella di Sibelius, che, al contrario di suoi contemporanei, cercò più nella tradizione, per dar vita ad un autentica trasformazione in suono dei gelidi ed immensi paesaggi Finlandesi.
Per quello che mi riguarda, certi passaggi armonico/melodici del celebre "Valse triste", hanno realmente implicazioni introspettive notevoli, come se avesse catturato le druidiche atmosfere impresse nell'etere nordico, e le avesse finemente fuse con il classicismo europeo, figlio della tradizione melodica greca: una sorta di ritorno alla matrice realizzatosi nelle note di questo sublime artista, non è un caso che sia finito in questo blog.
Buon ascolto


giovedì 19 maggio 2011

Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi


Introduzione della difficile ma illuminata opera di R. Guenòn.

Credo che sia necessario almeno leggere, per capire la genialità di chi è in grado di afferrare la realtà dal punto di vista più intenso possibile.

mercoledì 18 maggio 2011

Asura : il terzo volto del male.


Bisogna conoscere in profondità l'operato di molti supremi cultori delle scienze esoteriche, per capire quanto ci sia del vero o meno nelle loro parole, almeno per chi ha bisogno di verificarlo con dei fatti.
Bisogna vedere, scavando nelle loro opere, se ci sono segnali di un'indagine dei fatti, soprattutto futuri, che colpisce nel segno, per verificare poi, altre possibili previsioni e cercare di capire dove e se si stanno attuando.
Ed ecco, vediamo Helena Petrovna Blavatsky parlare di atomi, in senso neanche troppo esoterico, prima della loro scoperta ufficiale (un pò come faceva Democrito, del resto...) o Gurdjieff dire che "l'addormentamento" generale, sarebbe aumentato, senza ancora sapere degli effetti dei vari media, su di noi.
Ci stanno affermazioni di Rudolf Steiner, che, credetemi, in quest'ottica, vale la pena di vagliare.
Ad esempio, nella sua descrizione del mondo elementare, dice che" l'osservatore influenza la realtà che lo circonda", tant'è che bisogna stare attenti, perchè se questo non si comprende bene, potrebbe essere più dannoso che altro: affermazione che,  soprattutto nella prima parte, sembra una chiara anticipazione (o diversa visione) di quello che i fisici quantistici affermano da un bel pò(ma come già veniva, più ermeticamente affermato, in verie discipline spirituali orientali, si veda il "Tao della fisica" di F. Capra), una descrizione fatta con una dovizia di particolari tali che, sembra difficile pensare che sia frutto di fantasia.
O ancora, Steiner, afferma che una delle due potenze ostacolatrici, quella Arimanica, quella che ha nella materialità il suo capisaldo, stia creando una razza ibrida-asettica, invisibile all'uomo, per cercare di prendere il controllo sulla terra(Le entità ostacolatrici - serie di conferenze dell'inizio del '900).
Ricorda niente?
Altri sono punti di contatto tra quelli che egli affermava ed il passato remoto(che ancora non si conosceva) e quello futuro, ma mi fermo qua.
Al solito, i nomi hanno il loro valore relativo, in alcuni casi, in altri sono fondamentali, altre volte ancora,  bisogna stare attenti.
Perchè questa premessa?
Perchè proprio il fondatore dell'antroposofia, parla di una terza entità, oltre a quella Luciferica( spiritualità ingannatrice) e quella arimanica( materialismo come unica verità), ovvero quella corrispondente al nome di "Asura".
Nome di derivazione sanscrita (sancrito Vedico), indicava delle divinità che sono, per molti aspetti, assimilabili ai titani della mitologia greca, a causa della loro collocazione mitologica :originariamente nascevano come buone entità, ma in seguito alla loro detronizzazione da parte di alcune Deva, inizieranno ad assumere aspetti negativi, fino a diventare demoni.
L'utilizzo che Steiner fa dei nomi delle entità ostacolatrici, è spesso sopra le righe, più funzionale alle loro qualità che per una inquadratura storica-mitologica, ma sicuramente, è molto più corretta di quello che ci deriva da blande conoscenze religiose exoteriche( soprattutto per quanto riguarda Lucifero)
Nella sua celebre conferenza in cui parla di tutte e tre le categorie di creature avverse all'uomo(ma, utili in passato per il suo sviluppo, ognuna per motivi diversi) pone l'accento su le entità "asuriche" come quelle che più nel futuro(rispetto a quando parla lui) avrebbero preso potere.

Ecco alcuni passaggi degni di nota.

"E nell’epoca che ora verrà, saranno delle entità spirituali denominate gli ASURA che si insinueranno nell’anima cosciente, e perciò in quello che chiamiamo l'Io dell’uomo (perché l'Io sorge nell’anima cosciente). Gli Asura svilupperanno il male con una forza anche più intensa di quella delle potenze sataniche nell’epoca atlantica o degli spiriti luciferiche nell’epoca lemurica"

"Perché questi spiriti riusciranno ad ottenere che tutto quanto sia da loro afferrato (ed è proprio la zona più profonda ed intima dell’uomo, l’anima cosciente con l'Io) che l'Io dell’uomo si congiunga con la sfera materiale della terra.Pezzo per pezzo, verranno estirpate dall’io le sue parti; e man mano che gli spiriti asurici si stabiliranno entro l’anima cosciente, l’uomo dovrà lasciare sulla terra, via via, le parti della sua esistenza"

"Quanto cade preda delle potenze asuriche è irrevocabilmente perduto. Non è che l’uomo debba cadere intero in loro mano; ma dallo spirito dell’uomo verranno tagliati fuori ad opera delle potenze asuriche, dei pezzi. "


Prosegue, poi, descrivendole come portatrici dell'idea di un super-materialismo, che sarà giustificato anche dal punto teoretico, che renderà l'uomo totalmente schiavo.
Anche R. Guenòn, accenna diffusamente al termini "Asurico" (contrapposto a quello "Vedico") per indicare aspetti bassi, inferiori, rispetto all'uomo, tutto quello che è propriamente detto "sub-umano".

La mia interpretazione di tutto questo, è piuttosto semplice: Le entità asuriche, essendo in conflitto con quelle luciferiche e arimaniche( lotta che si ha tra le tre, da sempre, come si ha in ogni aspetto della realtà, quando si vuole avere controllo) hanno intrapreso la terza via possibile, quella del meccanicismo-spirituale, della tecnologia che regala con immagini ,descrizioni e ogni tipo di mezzo tecnologico quello che non può essere riportato nella nostra realtà di "materia secunda", attaccando la spiritualità deviatà e onirica(ma reale) di Lucifero ed il materialismo asettico di Arimane.
Non voglio fare connessioni evidenti con quello che l'ufologia, la ricerca nel campo alieno o dell'ultima ricerca "esoterica" affermano , perchè non è quello che mi riguarda e, come ho detto, non mi interesso del valore assoluto del nome(tanto più se fuoriesce da descrizioni di comodo, più che da riflessioni ontologiche), ma inizierei a riflettere su come questa terza via dell'involuzione dell'uomo stia agendo e di come certi scienziati, diventino illuminate guide per tutti, ammettendo che quello che loro dicono, è totalmente provato dalla scienza o teorie scientifiche, come sempre più persone inizino a seguire idee per loro inattaccabili, solo perchè ne hanno le prove(effettive o statistiche, comunque scientifiche), come si tenti di arricchire la già auto-sufficiente tradizione esoterica, con connessioni che servono solo per proiettare l'idea di potenza e l'inconscia sete di potere, in quello che è un cammino fatto di tutt'altro.
Chi è vittima di queste entità, chiamatele come volete, vedetele come volete, non lo sa.
C'è buio al suo interno e luce fuori, un faro che strappa le vittime materialiste ad Arimane, perchè finalmente hanno prove per vedere oltre il materiale( o così credono), vittime a Lucifero, perchè permette loro di arrivare prima, con voracia, dove pensano di realizzarsi: i nomi di coloro che sono letteralmente manovrati da Asura, dai tanti Asura, li potete immaginare da voi, se volete immaginarli.
Renè Guènon, scriveva che sarebbe arrivato il momento in cui una tecnologia(in senso lato) avrebbe attaccato la tradizione, millenaria e direttamente collegata con la natura dell'uomo, tradizione già finita e perfetta, di per sè e che, se qualcuno, avesse provato ad arricchire un qualcosa di già finito, il suo scopo sarebbe stato l'opposto: ricordo che un conto, come nel simbolismo, è notare analogie (come tra esoterimo e scienza, anche se il valore dell'esoterismo che anticipa la scienza, passatemelo, è ben altra cosa), un conto è dare risposte, definitive e stravolgere, secondo le proprie idee, quello che è evidentemente già a sè stante.
Liberi di seguire chi volete, ma , alla fine, vi dico pure di non fidarvi di quello che avete letto sopra, se vi sembra astruso e vi crea fastidio, qui non si ha la verità assoluta, come non ce l'avevano Steiner o altri, ma solo la necessità di continuare un discorso, che, realmente, si perde nelle nostre origini, legato al simbolismo e alla sua costante presenza intorno a noi: per far questo bisogna necessariamente evitare argomentazioni quantitative e meccanicistiche, altrimenti si è già perso, l'intelletto non c'entra niente, come risposta a logica, memoria ed ipotesi, il barrarsi dietro alla logica è avere già accolto al proprio interno la propria entità distruttrice e questo lo dico pure in veste di musicista.

Vi lascio con quello in cui ultimamente si trova il termine "Asura" e sono tutti prodotti degli ultimi anni che hanno come target bambini/adolescenti.

Nell' anime e nel manga Soul Eater Asura è l'antagonista principale che viene risvegliato dopo essere stato imprigionato molto tempo prima da Shinigami-sama.
In Final Fantasy IV Asura è la regina degli Eidolon. Ha l'aspetto di una donna ingioiellata, con quattro braccia e tre volti, ed invocandola può utilizzare una magia curativa casuale a seconda della faccia scelta da motore di gioco.
In Guild Wars gli Asura sono una razza tecnologicamente avanzata che vive sotto terra.
In Rappelz gli asura sono una razza orientata all’oscurità. Sempre in questo MMORPG vi è anche la classe dei Deva razza basata sull’elemento “luce”.
In One Piece, Zoro è capace di impiegare una tecnica denominata "Ashura", con cui acquisisce tratti tipici della raffigurazione tradizionale di questi ultimi.
In Naruto, una delle vie di Pain è detta "Ashura", e si riferisce al mondo dei demoni.










martedì 17 maggio 2011

L'armonia delle sfere





A 250 milioni di anni luce il buco nero della galassia NGC 1275 emette un "sì" talmente basso da non poter essere udito da orecchio umano. In un'immaginaria tastiera di pianoforte lunga a piacere la nota si trova 57 ottave sotto il "do" centrale. Il suono emesso dal buco nero ha una lunghezza d'onda di 36 mila anni luce e con la sua possanza scalda la gigantesca nube di gas e polveri che circonda il buco nero. La nota celestiale è prodotta, secondo Andy Fabian di Cambridge, autore della "osservazione", dalla tremenda energia liberata dal buco nero che increspa i gas che gli fan corona.
E' consolante che la scienza moderna torni a parlare di una sorta di musica delle sfere, che accompagna l'osservazione dei cieli da qualche millennio prima di Cristo. Già Dante nel Paradiso raccoglieva un'eredità secolare quando cantava:

 
"Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con l'armonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso". (Par I, 76-81)

 
Questa mistica unione di armonia prodotta dalla "girazione" delle sfere celesti con la luce onnispandente si ritrova in Cicerone, che a Scipione Aureliano fa ascoltare, durante il sonno, la medesima musica, e che gli fa chiedere, stupito:

 
"Quid?, hic - inquam - quis est, qui complet aures meas tantus et tam dulcis sonus?". "Hic est - inquit - ille, qui intervallis coinunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis, impulsu et motu ipsorum orbium efficitur et acuta cum gravibus temperans varios aequabiliter concentus efficit; nec enim silentio tanti motus incitari possunt, et natura fert, ut extrema ex altera parte graviter, ex altera autem acute sonent. (Somnium Scipionis, 18)
"Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le mie orecchie?". "È il suono", rispose, "che sull'accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle orbite stesse e, equilibrando i toni acuti con i gravi, crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti così grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l'una, acuti l'altra".

 
Anche Keplero, sulla soglia ancora spuria della scienza meccanicistica moderna, dà per scontata l'armonia del mondo:

"Duo sunt, quae nobis harmonias in rebus naturibus patefaciunt, vel lux vel sonus" (Harmonice Mundi, liber V caput IV)

Andando a ritroso le prime testimonianze che attestano l'esistenza di una musica celeste risalgono a Pitagora, il quale secondo Giamblico era in grado di udire l'armonia degli astri come in stato di trance. Secondo la teoria pitagorica, la stoffa dell'Universo era composta di ritmi, numeri e proporzioni; e considerando che gli intervalli muscali quali l'ottava, la quinta, la terza si potevano ottenere facendo vibrare corde le cui lunghezze erano frazioni intere della lunghezza della nota fondamentale, lo stesso si poteva dire per il cosmo come sistema armonico, i cui sette "pianeti" conosciuti (Sole, Luna e i cinque pianeti visibili) potevano essere messi in corrispondenza con le sette note naturali.
Affascinato ma non convinto da Pitagora, Aristotele spiegava col suo solito sussiego il perché i mortali non possono udire la celeste armonia: un suono o un rumore non vengono percepiti se non in contrasto con il proprio opposto, il silenzio o meglio l'assenza del suono medesimo; dal momento che quello prodotto dalla rotazione delle sfere planetarie è un suono che ci è presente sin dalla nascita, non è possibile riconoscerlo, in quanto ci manca la percezione del suo contrario. Salvo poi Aristotele non credere all'esistenza di questa musica, perché "se esistesse un suono prodotto dalla rotazione degli astri, sarebbe talmente forte e intenso da distruggere la vita sulla Terra, cosa che non è".
Comune a tutte queste dottrine è la possibiltà solo per alcuni privilegiati di ascoltare la musica delle sfere: lo Scipione ciceroniano a patto che sogni, Dante nel suo viaggio oltreterreno, il mito di Er della Repubblica di Platone, Pitagora nei suoi estatici deliqui intellettuali.
I moderni la musica del cosmo invece la fotografano con un telescopio a raggi X, nelle sembianze di un'increspatura in una nuvola di gas e polvere nel remoto ammasso di Perseo. O la ipotizzano, come i fisici francesi Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet, nell'infinitamente piccolo delle supercorde.

(fonte http://www.gianfrancobertagni.it/)


[I tre monaci] incontanente che furono dentro [alla porta d’esso Paradiso], udirono lo suono della rota del cielo che si volgeva; lo quale suono era di tanta dolcezza e suavitate e di tanto diletto, che quasi non sapevano lo sito dove erano, anzi si posono a sedere dentro della porta, tanto erano allegri e dilettosi di quello suono della rota del cielo!

(Leggenda del Paradiso Terrestre, ne Le sette opere di penitenza di San Bernardo)

Dopo aver visto le cose di cui sopra vien riferito, io, Maometto, e Gabriele discendemmo al settimo cielo, dove c’erano gli angeli che sono chiamati Cherubini. (...) E tutti lodavano Dio, e lodandolo alzavano a tal punto le loro voci che se la gente del mondo ne udisse anche una soltanto, morirebbe per lo spavento causato da quel suono.

(Il libro della Scala di Maometto)


Quando la rota, che tu sempiterni
Desiderato, a sé mi fece atteso,
Con l’armonia che temperi e discerni,
Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.

(Divina commedia - Par I, 76-81)


l secondo mattino, intorno alle undici, il re in persona e il seguito di nobili, di cortigiani e di dignitari, dopo aver preparato tutti i loro strumenti musicali sonarono con essi per tre ore consecutive, sicché fui completamente rintronato dal rumore, né mi fu possibile arguire il significato finché non fui informato dal mio precettore. Mi disse che la popolazione della loro isola aveva gli orecchi conformati in modo da udire la musica delle sfere che sonavano sempre in certi periodi; e i componenti della corte erano ora preparati a sostenere la propria parte su qualsiasi strumento in cui eccellevano grandemente.
(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver - viaggio a Laputa )


Amore alma è del mondo, Amore è mente
e ’n ciel per corso obliquo il sole ei gira,
e d’altri erranti a la celeste lira
fa le danze lassù veloci o lente.
(Torquato Tasso, Rime, 444)



Risuona il Sole al modo antico
nel coro fraterno dell'emule sfere
ed il percorso che gli è stato prescritto
adempie con passo di tuono.

(Goethe, Faust)

Oh mia gentile
fingi che l'universo sia una conchiglia vuota
in cui la mente scherza all'infinito.
Intona un suono in modo udibile
poi sempre meno udibile
via via che la sensazione sprofonda in quest'armonia.
Metti la sostanza della tua mente
in siffatta bellezza inesprimibile
al di sopra e al di sotto e nel tuo cuore.


da Shiva Sutra [ dice Shiva a Shakti ] 






lunedì 16 maggio 2011

Sound of matrix - meditation audio file - l'essenza primordiale


Ispirato alle percussione sciamaniche ed ai suoni che, il più possibile, cercano di avvicinarsi ad una realtà onirica, vi presento un file che può realmente funzionare come ponte di raccordo tra voi e il vostro remoto mondo interiore.
Non aggiungo altro, non voglio influenzare in alcun modo il vostro ascolto.
Cercate di cogliere il tutto senza farvi influenzare troppo emotivamente dai suoi e buon viaggio...



domenica 15 maggio 2011

La teoria indù dei cinque elementi

Per fare chiarezza, su l'utilizzo di certi nomi, gettando una luce sulla loro più lontana(almeno per noi possibile) origine.






"È noto che nella dottrina indù il punto di vista "cosmologico" è rappresentato principalmente dal Vaishêshika e, sotto un altro aspetto, dal Sânkhya, quest'ultimo caratterizzabile come "sintetico", mentre il primo può esser detto "analitico". Il nome del Vaishêshika è derivato da vishêsha, che significa "carattere distintivo" e, di conseguenza, "cosa individuale"; esso indica perciò specificamente il ramo della dottrina che si applica alla conoscenza delle cose in modo distintivo e individuale. Tale punto di vista è quello che più esattamente corrisponde, con la riserva delle differenze necessariamente implicite nel modi di pensare rispettivi dei due popoli, a quella che i Greci, soprattutto nel periodo "presocratico", chiamavano "filosofia fisica". Noi preferiamo però servirci del termine "cosmologia", a evitare ogni equivoco e per mettere meglio in rilievo la profonda differenza che esiste tra ciò di cui è questione e la fisica dei moderni; del resto, proprio questo si intendeva per "cosmologia" nel Medioevo occidentale.

Inglobando nel suo oggetto ciò che si riferisce alle cose sensibili e corporee, le quali sono d'ordine eminentemente individuale, il Vaishêshika si è occupato della teoria degli elementi, — i quali sono i principi costitutivi dei corpi —, con maggior dettaglio di quanto non potessero fare gli altri rami della dottrina; tuttavia c'è da notare che si è obbligati a far ricorso a questi ultimi, e soprattutto al Sânkhya, quando si tratta di ricercare quali siano i principi più universali dai quali tali elementi procedono. Secondo la dottrina indù gli elementi sono cinque; in sanscrito essi sono chiamati bhûta, parola derivata dalla radice verbale bhû, che significa "essere", ma più particolarmente nel senso di "sussistere", il che vuol dire che designa l'essere umano preso in considerazione nel suo aspetto "sostanziale" (l'aspetto "essenziale" è espresso dalla radice as); di conseguenza, su tale parola riverbera anche una certa idea di "divenire", perché è dalla parte della "sostanza" che si situa la radice di ogni "divenire", in opposizione all'immutabilità dell'"essenza"; ed è in questo senso che Prakriti, o la "Sostanza universale", può essere indicata in modo proprio come la "Natura", termine che, così come il suo equivalente greco physis, implica precisamente e anzitutto, a motivo della sua derivazione etimologica, l'idea di "divenire". Gli elementi sono perciò considerati come determinazioni sostanziali o, in altri termini, modificazioni di Prakriti, modificazioni che non hanno però se non un carattere puramente accidentale nei confronti di quest'ultima, così come l'esistenza corporea stessa, in quanto modalità definita da un certo insieme di condizioni determinate, non è nulla più di un semplice accidente se messa in rapporto con l'Esistenza universale intesa nella sua integralità.

Se si considerano ora, nell'essere, l'"essenza" correlativamente alla "sostanza", essendo questi due aspetti l'uno complementare dell'altro e corrispondendo essi a quelli che possiamo chiamare i due poli della manifestazione universale, ciò che equivale a dire che essi sono le espressioni rispettive di Purusha e Prakriti in tale manifestazione, occorrerà che alle determinazioni sostanziali costituite dai cinque elementi corrisponda un ugual numero di determinazioni essenziali, o "essenze elementari", le quali ne siano, si potrebbe dire, gli "archetipi", i principi ideali o "formali" nel senso aristotelico dell'ultimo termine, e appartengano, non più alla sfera corporea, ma a quella della manifestazione sottile. Il Sânkhya prende in effetti in considerazione, secondo questa prospettiva, cinque essenze elementari, le quali ricevono il nome di tanmâtra: questo termine significa letteralmente una "misura", o un'"assegnazione", che delimita il campo proprio di una determinata qualità o "quiddità" nell'Esistenza universale. è assiomatico che tali tanmâtra, per il fatto stesso che si situano nella sfera sottile, non sono assolutamente percepibili dai sensi al modo degli elementi corporei e delle loro combinazioni; essi sono unicamente "concepibili" idealmente, e possono ricevere denominazioni particolari soltanto per analogia con i differenti ordini di qualità sensibili che gli corrispondono, giacché è la qualità a essere in questo caso l'espressione contingente dell'essenza. Di fatto, essi sono generalmente indicati con i nomi stessi di tali qualità: auditiva o sonora (shabda), tangibile (sparsha), visibile (rûpa, nel duplice senso di forma e colore), sapida (rasa), olfattiva (gandha); ma, ripetiamo, tali denominazioni devono essere intese soltanto in quanto analogiche, perché simili qualità non possono essere considerate se non nello stato principiale, in certo qual modo, e "non-sviluppato", giacché solo dai bhûta esse saranno, come vedremo, manifestate effettivamente nella sfera sensibile. La concezione dei tanmâtra è necessaria quando si voglia riferire la nozione degli elementi ai principi dell'Esistenza universale, ai quali del resto essa si ricollega inoltre, ma questa volta dalla parte "sostanziale", per un altro ordine di considerazioni di cui ci toccherà parlare in seguito; la concezione dei tanmâtra, invece, non ha evidentemente da intervenire quando ci si limiti allo studio delle esistenze individuali e delle qualità sensibili in quanto tali, ed è questa la ragione per cui di essa non si parla nel Vaishêshika, il quale, per definizione stessa, si situa precisamente da quest'ultimo punto di vista.

Ricorderemo che i cinque elementi riconosciuti dalla dottrina indù sono i seguenti: âkâsha, l'etere; vâyu, l'aria; têjas, il fuoco; ap, l'acqua; prithvî, la terra. L'ordine seguito è quello del loro sviluppo o della loro differenziazione, a partire dall'etere, che è l'elemento primordiale; è sempre in quest'ordine che essi sono enumerati in tutti i testi del Vêda in cui se ne parla, in particolare nei passi della Chândogya-Upanishad e della Taittirîyaka-Upanishad dove è descritta la loro genesi; e il loro ordine di riassorbimento, o di ritorno allo stato indifferenziato, è naturalmente l'inverso del loro ordine di sviluppo. Inoltre, a ciascun elemento corrisponde una qualità sensibile, la quale è considerata la sua qualità propria, quella che ne manifesta la natura in modo essenziale e attraverso la quale tale natura ci è conosciuta; la corrispondenza che è in tal modo stabilita tra i cinque elementi e i cinque sensi è la seguente: all'etere corrisponde l'udito (shrotra), all'aria il tatto (twach); al fuoco la vista (chaksus), all'acqua il gusto (rasana); alla terra l'odorato (ghrâna), e l'ordine di sviluppo dei sensi è anche quello degli elementi ai quali essi sono legati e dai quali dipendono in modo diretto; quest'ordine è ovviamente conforme a quello secondo il quale abbiamo enumerato in precedenza le qualità sensibili riferendole in modo principiale ai tanmâtra. Per di più, ognuna delle qualità che si manifesta in un elemento si manifesta anche negli elementi seguenti, e non più in quanto appartiene loro in proprio, ma in quanto tali elementi procedono dagli elementi precedenti; in effetti sarebbe contraddittorio supporre che il processo di sviluppo della manifestazione, che si effettua, come visto, gradualmente, possa provocare, in uno stadio più avanzato, il ritorno allo stato non manifesto di quel che già si è sviluppato in stadi di minor differenziazione.

Prima di procedere oltre, possiamo, per quel che riguarda il numero degli elementi e il loro ordine di derivazione, così come per la loro corrispondenza con le qualità sensibili, far notare alcune differenze importanti che esistono fra tutto ciò e le teorie di quel "filosofi fisici" greci ai quali accennavamo all'inizio. Prima di tutto, la maggior parte di essi ammettevano solo quattro elementi, perché non riconoscevano l'etere quale elemento distinto; sotto tale profilo, e fatto piuttosto curioso da notare, essi sono in accordo con i Giaina e con i Buddhisti, i quali si oppongono su questo, così come su molti altri punti, alla dottrina indù ortodossa. Qualche eccezione però esiste, in particolare nel caso di Empedocle, il quale ammetteva i cinque elementi, ma sviluppantisi nel seguente ordine: etere, fuoco, terra, acqua e aria, ordine che presenta un aspetto difficilmente giustificabile; per di più, secondo qualcuno2, questo filosofo avrebbe anch'egli accettato quattro elementi soltanto, che sarebbero allora indicati in ordine diverso: terra, acqua, aria e fuoco. Quest'ordine è esattamente l'inverso di quello che si trova in Platone; ragione per cui si può forse pensare che esso sia, non già l'ordine di produzione degli elementi, bensì il loro ordine di riassorbimento gli uni negli altri. Secondo diverse testimonianze, gli Orfici e i Pitagorici riconoscevano i cinque elementi, cosa perfettamente normale dato il carattere propriamente tradizionale delle loro dottrine; del resto, più tardi anche Aristotele li riconobbe; in tutti i casi, però, l'importanza e la funzione dell'etere non sono mai state fra i Greci né così accettate né tanto chiaramente definite quanto fra gli Indù, A onta di certi brani del Fedone e del Timeo, senza dubbio di ispirazione pitagorica, Platone tiene generalmente conto solo di quattro elementi: secondo lui il fuoco e la terra sono gli elementi estremi, e l'aria e l'acqua gli elementi intermedi, e tale ordine differisce da quello tradizionale degli Indù per l'inversione dell'aria con il fuoco; ci sarebbe da chiedersi se non si tratti piuttosto di una confusione tra l'ordine di produzione e una ripartizione secondo quelli che possiamo definire i "gradi di sottigliezza" degli elementi (gradi che del resto ritroveremo fra poco), anche se in questo caso ci sarebbe ancora da appurare se l'enumerazione seguita da Platone corrisponda effettivamente, nell'intenzione del suo autore, a un ordine di produzione. Platone concorda con la dottrina indù quando attribuisce al fuoco la visibilità come qualità propria, ma se ne allontana quando attribuisce la tangibilità alla terra invece di attribuirla all'aria; inoltre, sembra ben difficile trovare nei Greci una corrispondenza rigorosamente definita tra gli elementi e le qualità sensibili; ed è facile capire il perché, giacché, accettando soltanto quattro elementi, si dovrebbe avvertire immediatamente in tale corrispondenza una lacuna, dal momento che, per altri versi, il numero cinque è sempre uniformemente ammesso per quel che riguarda i sensi.

In Aristotele si trovano considerazioni di tipo del tutto diverso, le quali concernono anch'esse le qualità, ma non nel senso delle qualità sensibili vere e proprie; tali considerazioni si fondano in effetti sulle combinazioni del caldo e del freddo, — che sono rispettivamente principi di espansione e di condensazione —, con il secco e con l'umido; il fuoco è caldo e secco, l'aria calda e umida, l'acqua fredda e umida, la terra fredda e secca. I raggruppamenti di queste quattro qualità, le quali si oppongono a due a due, non tengono perciò conto se non dei quattro elementi ordinari, a esclusione dell'etere, cosa che si giustifica del resto se si osserva che quest'ultimo, in quanto elemento primordiale, deve contenere in se stesso gli insiemi delle qualità opposte o complementari, che in tal modo coesistono allo stato neutro in quanto equilibrantisi perfettamente l'una con l'altra, e precedentemente alla loro differenziazione, la quale può essere considerata precisamente come il risultato della rottura di tale equilibrio originario. L'etere deve perciò essere rappresentato in modo da situarsi nel punto in cui le opposizioni non esistono ancora, ma a partire dal quale si producono, vale a dire al centro della figura cruciale i cui rami corrispondono agli altri quattro elementi; questa rappresentazione è di fatto quella adottata dagli ermetisti medioevali, i quali riconoscevano espressamente l'etere con il nome di "quintessenza" (quinta essentia), il che presuppone però un'enumerazione degli elementi effettuata in ordine ascendente o "regressivo", ossia inversa di quello di produzione, giacché in questo caso l'etere sarebbe il primo elemento e non il quinto; da notare anche che si tratta in realtà di una "sostanza" e non di una "essenza", e a tal proposito l'espressione usata rivela una confusione frequente nella terminologia latina medioevale, in cui la distinzione tra "essenza" e "sostanza", nel senso da noi indicato, non sembra essere mai stata fatta in modo preciso, come traspare con evidenza nei testi della filosofia scolastica3.

E già che siamo in argomento di confronti dobbiamo ancora mettere in guardia, sotto un altro profilo, contro un falso accostamento a cui può dar luogo la dottrina cinese, nella quale pure si ritrova qualcosa che riceve generalmente la denominazione di "cinque elementi"; questi ultimi sono enumerati nell'ordine seguente: acqua, legno, fuoco, terra, metallo, ordine che è considerato, anche in questo caso, come quello della loro produzione. Può confondere qui il fatto che il numero è lo stesso sia dall'una che dall'altra parte, e che, su cinque termini. tre hanno denominazioni equivalenti; sennonché, la domanda da porsi è: a cosa corrispondono gli altri due, e come si può far coincidere l'ordine qui indicato con quello della dottrina indù4? La verità è che, nonostante le apparenti similitudini, si tratta di un punto di vista totalmente diverso, il cui esame sarebbe però fuori luogo in questa sede, e che per evitare qualsiasi confusione sarebbe anzi assai meglio tradurre il termine cinese hing con una parola che non fosse "elementi", ad esempio, com'è stato proposto5, con il termine "agenti", che è inoltre più vicino al suo reale significato.

Fatte queste osservazioni preliminari, volendo ora precisare la nozione degli elementi dobbiamo però ancora dissipare, ma senza dilungarci eccessivamente, alcuni errori che sono comunemente diffusi a tal proposito all'epoca nostra. In primo luogo, non c'è quasi bisogno di dire che se gli elementi sono i principi costitutivi dei corpi, ciò e da intendere in modo del tutto diverso da quello in cui i chimici pensano che i corpi siano costituiti quando li considerano come la risultante della combinazione di determinati "corpi semplici" o pretesi tali: innanzi tutto la numerosità dei corpi cosiddetti semplici già si oppone a un'assimilazione di tal genere, e poi non è affatto provato che ci siano corpi veramente semplici, giacché tale nome è di fatto attribuito ai corpi che i chimici non sono capaci di scomporre. A ogni buon conto gli elementi non sono corpi, quand'anche semplici, bensì i principi sostanziali a partire dai quali i corpi sono formati; non ci si deve lasciare indurre in errore dal fatto che essi sono indicati analogicamente con nomi che possono essere anche quelli di certi corpi, ai quali essi non sono, a motivo di ciò, assolutamente identici; qualsiasi corpo deriva in realtà dall'insieme dei cinque elementi, anche se può esserci nella sua natura una certa predominanza dell'uno o dell'altro di questi elementi.

In epoca più recente si sono voluti identificare gli elementi nei diversi stati fisici della materia com'essa è intesa dal fisici moderni, cioè, tutto sommato, nei differenti gradi di condensazione che essa presenta a partire dall'etere primordiale omogeneo che riempie l'intero spazio, unendo in tal modo fra di loro tutte le parti del mondo corporeo. Secondo questo modo di vedere, si fa corrispondere, procedendo da ciò che è più denso verso ciò che è più sottile, ossia secondo un ordine che è l'inverso di quello che si accetta per la loro differenziazione, la terra allo stato solido, l'acqua allo stato liquido, l'aria allo stato gassoso, e il fuoco a uno stato ulteriormente rarefatto, relativamente simile a quello che taluni fisici hanno chiamato lo "stato radiante", il quale dovrebbe di conseguenza esser distinto dallo stato eterico. Siamo qui di fronte a quella inutile preoccupazione, tanto comune ai giorni nostri, di fare andar d'accordo le idee tradizionali con le concezioni scientifiche profane; con ciò non vogliamo asserire, però, che anche un simile punto di vista non possa contenere una certa parte di verità, nel senso che è ammissibile che ciascuno degli stati fisici abbia determinati rapporti più particolari con un certo elemento; sennonché si tratta al massimo di una corrispondenza, e non già di una identificazione, la quale sarebbe del resto incompatibile con la coesistenza costante di tutti gli elementi in qualsiasi corpo, in qualunque stato esso si presenti; e ancor meno legittimo sarebbe procedere su questa linea che non avere la pretesa di assimilare gli elementi alle qualità sensibili, le quali, sotto un altro punto di vista, per lo meno si collegano a essi in modo molto più diretto. Secondo un altro aspetto, l'ordine di condensazione crescente che viene in tal modo a stabilirsi tra gli elementi è identico a quello che abbiamo trovato in Platone: questi colloca il fuoco prima dell'aria e subito dopo l'etere, come se il fuoco fosse il primo elemento che si differenzia all'interno di tale ambiente cosmico originario; non è perciò in questa maniera che si può trovare la giustificazione dell'ordine tradizionale affermato dalla dottrina indù. Occorre però fare molta attenzione a evitare di costringersi esclusivamente in un modo di vedere troppo sistematico, ossia troppo ristrettamente limitato e particolareggiato; e certo mal si capirebbe la teoria di Aristotele e degli ermetisti da noi indicata se si cercasse, con la scusa che essa fa intervenire principi di espansione e di condensazione, di interpretarla a favore di una assimilazione degli elementi con i differenti stati fisici di cui si è parlato.

Se proprio preme trovare un punto di contatto con le teorie fisiche nell'accezione attuale della parola, sarebbe senza dubbio più giusto prendere in esame gli elementi, con riferimento alla loro corrispondenza con le qualità sensibili, in quanto rappresentanti differenti modalità vibratorie della materia, modalità attraverso le quali questa si rende successivamente percepibile a ciascuno dei nostri sensi; e quando diciamo successivamente si deve però capir bene che si tratta solo di una successione logica6. Soltanto che, quando si parla in tal modo delle modalità vibratorie della materia, così come quando si tratta dei suoi stati fisici, occorre por mente a un particolare punto: fra gli Indù, per lo meno (e in una certa misura anche fra i Greci), non si trova la nozione di materia com'essa è intesa dai fisici moderni; la prova di ciò è data dal fatto che, come già ci è occorso di far notare in altra sede, non esiste in sanscrito nessun termine che si possa, neppure approssimativamente, tradurre con "materia". Perciò, se è talvolta permesso servirsi di tale nozione per interpretare le concezioni degli antichi, allo scopo di farsi capire più facilmente, tuttavia non si deve mai farlo senza usare di talune precauzioni; a ogni buon conto è possibile, ad esempio, trattare degli stati vibratori senza che sia necessario far ricorso alle speciali proprietà che i moderni attribuiscono specificamente alla materia. Ciò nonostante, una concezione del genere ci sembra più adatta a indicare per analogia cosa siano gli elementi, aiutandosi, se così si può dire, con un modo di esprimersi "immaginoso", che non a definirli veramente; e forse è proprio solo questo che si può fare mediante il linguaggio di cui disponiamo al presente, in conseguenza dell'oblio in cui sono cadute le idee tradizionali nel mondo occidentale.

Aggiungeremo tuttavia ancora questo: le qualità sensibili esprimono, in rapporto con la nostra individualità umana, le condizioni che caratterizzano e determinano l'esistenza corporea in quanto modo particolare dell'Esistenza universale, giacché è attraverso tali qualità che noi conosciamo i corpi, a esclusione di ogni altra cosa; possiamo perciò vedere negli elementi anche l'espressione delle condizioni dell'esistenza corporea, non più dal punto di vista umano, ma dal punto di vista cosmico. Non ci è possibile dare in questa sede tutti gli sviluppi che tale questione comporterebbe; si può però capire immediatamente, da quel che abbiamo detto, come le qualità sensibili procedano dagli elementi in quanto traduzione o riflessione "microcosmica" delle realtà "macrocosmiche" corrispondenti. Si può inoltre capire come i corpi, che sono in modo proprio definiti dall'insieme delle condizioni di cui si tratta, siano per ciò stesso costituiti come tali dagli elementi nei quali esse si "sostanzializzano"; e questa, ci sembra, è la nozione più esatta, e insieme la più generale, che si possa fornire di tali elementi.

Dopo queste, passeremo ad altre considerazioni che faranno vedere ancor meglio come la concezione degli elementi si ricolleghi non soltanto a condizioni di esistenza di un ordine più universale, ma, più precisamente, alle condizioni stesse di ogni manifestazione. è nota l'importanza che la dottrina indù attribuisce alla considerazione dei tre guna: tale termine indica delle qualità o attribuzioni costitutive e primordiali degli esseri considerati nel loro differenti stati di manifestazione, qualità che essi traggono dal principio "sostanziale" della loro esistenza, giacché, da un punto di vista universale, esse sono inerenti a Prakriti, nella quale sono in perfetto equilibrio nell'"indistinzione" della pura potenzialità indifferenziata. Qualsiasi manifestazione o modificazione della "sostanza" rappresenta una rottura di questo equilibrio; gli esseri manifestati partecipano perciò a gradi diversi ai tre guna, ma questi non sono stati, bensì condizioni generali alle quali gli esseri sono soggetti in ogni stato, condizioni dalle quali essi sono in certo qual modo legati, e che determinano la tendenza attuale del loro "divenire". Non è il caso che ci addentriamo qui nell'esposizione completa di tutto quel che concerne i guna; ne esamineremo soltanto l'applicazione alla distinzione degli elementi. E neppure torneremo sulla definizione di ciascuno di essi, definizione che abbiamo già dato in diverse occasioni; ricorderemo solo, dal momento che è la cosa più importante per l'argomento che stiamo trattando, che sattwa è rappresentato come una tendenza ascendente, tamas come una tendenza discendente, e rajas, intermedio tra i due, come un'espansione nel senso orizzontale.

I tre guna si devono ritrovare in ognuno degli elementi, così come si ritrovano in tutto ciò che appartiene alla sfera della manifestazione universale; vi si trovano però in proporzioni differenti, che stabiliscono tra tali elementi una sorta di gerarchia, la quale può ritenersi analoga a quella che, da un altro punto di vista, incomparabilmente più ampio, si stabilisce in modo analogo tra i molteplici stati dell'Esistenza universale, anche se qui non si tratta che di semplici modalità comprese all'interno di un solo stato. Tamas predomina nell'acqua e nella terra, ma soprattutto nella terra; fisicamente, a questa forza discendente e compressiva corrisponde la gravitazione o la pesantezza. Rajas predomina nell'aria; di conseguenza questo elemento è visto come essenzialmente provvisto di un movimento trasversale. Nel fuoco predomina sattwa, perché il fuoco è l'elemento luminoso; la forza ascendente è simboleggiata dalla tendenza della fiamma a elevarsi, e si traduce fisicamente nel potere dilatante del calore, in quanto tale potere si oppone alla condensazione dei corpi.

Per dare un'interpretazione più precisa di tutto questo, possiamo raffigurare la distinzione degli elementi come se si effettuasse all'interno di una sfera: in essa le due tendenze ascendente e discendente delle quali abbiamo parlato si eserciteranno secondo le due direzioni opposte individuate sullo stesso asse verticale, l'una in senso contrario dell'altra, e rispettivamente rivolte verso i due poli; quanto all'espansione in senso orizzontale, che indica un equilibrio tra queste due tendenze, essa si effettuerà naturalmente nel piano perpendicolare al centro dell'asse verticale, vale a dire nel piano equatoriale. Se esaminiamo ora gli elementi pensandoli ripartiti in questa sfera secondo le tendenze in essi predominanti, la terra, in virtù della tendenza discendente della gravitazione, dovrà occupare il punto più basso, considerato la regione dell'oscurità e insieme costituente il fondo delle acque, mentre l'equatore segna la loro superficie, secondo un simbolismo che è del resto comune a tutte le dottrine cosmogoniche, a qualunque forma tradizionale appartengano. L'acqua occupa perciò l'emisfero inferiore, e benché la

tendenza discendente si affermi ancora nella natura di questo elemento, non si può dire che la sua azione vi si eserciti in maniera esclusiva (o quasi esclusiva, giacché la coesistenza necessaria dei tre guna in tutte le cose impedisce che il limite estremo sia mai raggiunto di fatto in qualsivoglia modo di manifestazione), perché, se consideriamo un punto qualsiasi dell'emisfero inferiore a esclusione del polo, il raggio corrispondente a tale punto avrà una direzione obliqua, intermedia tra la verticale discendente e l'orizzontale. Possiamo perciò considerare la tendenza individuata da simile direzione come scomponibile in altre due, di cui essa è la risultante, le quali saranno rispettivamente l'azione di tamas e quella di rajas; se riferiamo queste due azioni alle qualità dell'acqua, la componente verticale, funzione di tamas, corrisponderà alla densità, e la componente orizzontale, funzione di rajas, alla fluidità. L'equatore individua la regione intermedia, che è quella dell'aria, elemento neutro che mantiene l'equilibrio tra le due tendenze opposte, come fa rajas tra tamas e sattwa, nel punto in cui queste due tendenze si neutralizzano l'una con l'altra e, estendendosi trasversalmente sulla superficie delle acque, separa e delimita le zone rispettive dell'acqua e del fuoco. In effetti l'emisfero superiore è occupato dal fuoco, nel quale predomina l'azione di sattwa ma in cui ancora si esercita quella di rajas, poiché la tendenza in ogni punto di tale emisfero, indicata allo stesso modo dell'emisfero



inferiore, è ora intermedia tra l'orizzontale e la verticale ascendente: la componente orizzontale, funzione di rajas, corrisponderà al calore, e la componente verticale, funzione di sattwa, corrisponderà alla luce, perché calore e luce sono interpretati come due termini complementari che si uniscono nella natura dell'elemento igneo.

Non abbiamo finora parlato dell'etere: siccome esso è il più elevato e il più sottile di tutti gli elementi, dobbiamo collocarlo nel punto più alto, ossia al polo superiore, che è la regione della luce pura, per opposizione al polo inferiore che è, come abbiamo detto, la regione dell'oscurità. Di conseguenza l'etere domina la sfera degli altri elementi; occorre però considerarlo nello stesso tempo tale da avviluppare e penetrare tutti questi elementi, dei quali è il principio, e ciò a motivo dello stato di indifferenziazione che lo caratterizza, e gli consente di realizzare una vera e propria "onnipresenza" nel mondo corporeo; come afferma Shankarâchârya nell'âtmâ-Bodha "l'etere si diffonde dappertutto, e penetra tanto l'esterno quanto l'interno delle cose". Possiamo perciò dire che, fra gli elementi, è il solo etere che raggiunge il punto in cui l'azione di sattwa si esercita al suo grado più alto; sennonché non possiamo localizzarlo esclusivamente in questo punto, come abbiamo fatto per la terra nel punto opposto, e dobbiamo considerarlo come tale da occupare nello stesso tempo la totalità della sfera elementare, qualunque sia la rappresentazione geometrica a cui si ricorra per simboleggiare l'insieme di tale sfera. Se abbiamo adottato la rappresentazione costituita da una figura sferica, questo non è avvenuto soltanto perché quest'ultima è quella che permette l'interpretazione più facile e più chiara, ma anche — anzi, prima di tutto — perché essa è quella che meglio di ogni altra si accorda con i principi generali del simbolismo cosmogonico così come si ritrovano in tutte le tradizioni; a tal proposito si potrebbero effettuare dei confronti molto interessanti, ma in questa sede non possiamo addentrarci in tali sviluppi, i quali si allontanerebbero troppo dall'argomento del presente studio.

Prima di concludere questa parte della nostra esposizione, ci resta da fare un'ultima osservazione, ed è questa: se assumiamo come ordine degli elementi quello in cui li abbiamo suddivisi nella loro sfera, procedendo dall'alto verso il basso, ossia dal più sottile al più denso, ritroviamo precisamente l'ordine indicato da Platone; sennonché qui quest'ordine, che possiamo dire gerarchico, non si confonde con l'ordine di produzione degli elementi, e deve esserne accuratamente distinto. In effetti, l'aria occupa in esso una posizione intermedia tra il fuoco e l'acqua, ma ciò nondimeno è prodotta prima del fuoco, e a dire il vero la ragione di questi due posizionamenti differenti è in fondo la stessa, ed è che l'aria è in certo qual modo un elemento neutro, il quale, proprio a causa di ciò, corrisponde a uno stato di minor differenziazione di quello del fuoco e dell'acqua, in quanto le due tendenze ascendente e discendente vi si equilibrano ancora perfettamente l'una con l'altra. Per contro, tale equilibrio è rotto nel fuoco a favore della tendenza ascendente, e nell'acqua a favore della tendenza discendente; e l'opposizione che si manifesta tra le qualità rispettive di questi due elementi indica in modo preciso lo stato di maggior differenziazione al quale essi corrispondono. Se ci si pone dal punto di vista della produzione degli elementi, occorre considerare allora che la loro differenziazione si effettua a partire dal centro della sfera, punto primordiale in cui si porrà l'etere che ne è il principio; da qui avremo in primo luogo l'espansione orizzontale, corrispondente all'aria, poi la manifestazione della tendenza ascendente, corrispondente al fuoco, e quella della tendenza discendente, corrispondente prima all'acqua, e dopo alla terra, punto d'arresto e termine finale di tutta la differenziazione elementare.

Ci tocca ora scendere in qualche particolare a proposito di ciascuno dei cinque elementi, e prima di tutto affermare che il primo di essi, âkâsha o etere, è di fatto un elemento reale e distinto dagli altri. In effetti, come già abbiamo accennato prima, certuni, in particolare i Buddhisti, non lo riconoscono come tale, e argomentando che è nirûpa, ossia "senza forma", a motivo della sua omogeneità, lo considerano una "non-entità" facendolo identico al vuoto, giacché per loro ciò che è omogeneo può soltanto essere un semplice vuoto. La teoria del "vuoto universale" (sarva-shûnya) si presenta qui del resto come una conseguenza diretta e logica dell'atomismo, in quanto, se nel mondo corporeo soltanto gli atomi hanno un'esistenza positiva, e se essi devono muoversi per aggregarsi gli uni con gli altri a formare tutti i corpi, tale movimento potrà effettuarsi solamente nel vuoto. A ogni buon conto simile conseguenza non è accettata dalla scuola di Kanâda, rappresentativa del Vaishêshika, ma eterodossa proprio per quanto riguarda la sua accettazione dell'atomismo, con il quale — beninteso — il punto di vista "cosmologico" non è affatto solidale in quanto tale; inversamente, i "filosofi fisici" greci che non contano l'etere fra gli elementi sono lungi dall'essere tutti atomisti, e sembrano ignorarlo più che non respingerlo in modo dichiarato. Comunque sia, l'opinione dei Buddhisti è facilmente confutabile se si fa notare che non può esistere uno spazio vuoto, tale concezione essendo contraddittoria: in tutta la sfera della manifestazione universale, della quale lo spazio fa parte, non può esserci vuoto, giacché il vuoto, il quale non può esser concepito se non negativamente, non è una possibilità di manifestazione; inoltre, la concezione di uno spazio vuoto corrisponderebbe a quella di un contenente senza contenuto, il che è evidentemente privo di senso. Conseguentemente, l'etere è ciò che occupa tutto lo spazio, anche se non si confonde con ciò con lo spazio stesso, perché quest'ultimo, essendo solo un contenente, ossia tutto sommato una condizione di esistenza e non un'entità indipendente, non può in quanto tale essere il principio sostanziale dei corpi, né essere all'origine degli altri elementi; l'etere perciò non è lo spazio, ma piuttosto il contenuto dello spazio concepito come preliminare a ogni differenziazione. In tale stato di indifferenziazione primordiale, stato che è come un'immagine dell'"indistinzione" di Prakriti con riferimento a quella particolare sfera di manifestazione che è il mondo corporeo, l'etere contiene già in potenza, non soltanto tutti gli elementi, ma altresì tutti i corpi, e la sua stessa omogeneità lo rende capace di ricevere tutte le forme nelle sue modificazioni. Poiché è il principio delle cose corporee, esso possiede la quantità, la quale è un attributo fondamentale comune a tutti i corpi; inoltre, esso è considerato essenzialmente semplice, sempre a motivo della sua omogeneità, e impenetrabile, giacché è lui stesso che penetra tutto.

Dimostrata in questo modo, l'esistenza dell'etere si presenta ben diversa da una semplice ipotesi, e ciò mostra con evidenza la differenza profonda che separa la dottrina tradizionale da tutte le teorie scientifiche moderne. Tuttavia è il caso di prendere in considerazione un'ulteriore obiezione: quand'anche l'etere sia un elemento reale, questo non basta a provare che esso sia anche un elemento distinto; in altre parole, potrebbe darsi che l'elemento che è diffuso in tutto lo spazio corporeo (intendiamo con ciò lo spazio atto a contenere corpi) non sia altro che l'aria, e sarebbe allora quest'ultima che è in realtà l'elemento primordiale. La risposta a tale obiezione è che ciascuno dei nostri sensi ci fa conoscere, quale oggetto proprio, una qualità distinta da quelle conosciute attraverso gli altri sensi; ora, una qualità non può esistere se non in qualcosa a cui essa possa essere riferita così come un attributo è riferito al suo soggetto, e poiché ognuna delle qualità sensibili è in tal modo attribuibile a un elemento di cui essa è la proprietà caratteristica, occorre necessariamente che ai cinque sensi corrispondano cinque elementi distinti.

La qualità sensibile che è riferita all'etere è il suono; ciò necessita di qualche spiegazione, che sarà facilmente capita se si fa intervenire il modo di produzione del suono per un movimento vibratorio, cosa che è ben lontana dall'essere una scoperta recente come qualcuno potrebbe credere, giacché Kanâda afferma espressamente che "Il suono si propaga per ondulazioni, onda dopo onda, increspazione dopo increspazione, irraggiandosi in tutte le direzioni a partire da un centro fisso". Simile movimento si propaga attorno al suo punto di partenza in onde concentriche, uniformemente suddivise secondo tutte le direzioni dello spazio, il che dà origine alla figura di uno sferoide indefinito e non chiuso. è questo il movimento meno differenziato di tutti, a motivo di quella che potremmo chiamare la sua "isotropia", ed è questa la ragione per cui esso potrà dar origine a tutti gli altri movimenti, i quali si distingueranno da esso nel senso che non si attueranno più in modo uniforme secondo tutte le direzioni; e, analogamente, tutte le forme più particolarizzate deriveranno dalla forma sferica originaria. Per cui, la differenziazione dell'etere primitivamente omogeneo, differenziazione che genera gli altri elementi, ha come origine un movimento elementare producentesi, nella maniera da noi descritta, a partire da un punto iniziale qualsiasi, in tale ambiente cosmico indefinito; ma questo movimento elementare non è altro se non il prototipo dell'ondulazione sonora. La sensazione uditiva è del resto la sola che ci faccia percepire direttamente un movimento vibratorio; quand'anche si ammetta, con la maggioranza dei fisici moderni, che le altre sensazioni provengono da una trasformazione di simili movimenti, non è tuttavia meno vero che esse ne differiscono qualitativamente in quanto sensazioni, che è a tal proposito l'unica considerazione essenziale. Sotto un altro aspetto, quel che abbiamo detto indica che è nell'etere che risiede la causa del suono, ma bisogna altresì comprendere che tale causa deve essere distinta dagli ambienti diversi che possono servire in modo secondario alla propagazione del suono, e contribuiscono a rendercelo percepibile amplificando le vibrazioni eteriche elementari, e ciò in maggior misura quanto più densi siano tali ambienti; aggiungeremo per finire, a questo proposito, che la qualità sonora è anche sensibile negli altri quattro elementi, e questo perché essi procedono tutti dall'etere. Fatta astrazione da queste considerazioni, l'attribuzione della qualità sonora all'etere, ossia al primo degli elementi, ha un'altra ragione profonda, che si ricollega alla dottrina della primordialità e della perpetuità del suono; ma questo è un argomento al quale possiamo soltanto fare un'allusione di sfuggita.

Il secondo elemento, il primo a differenziarsi partendo dall'etere, è vâyu, o l'aria; il termine vâyu, dalla radice verbale vâ, che significa "andare" o "muoversi", indica propriamente il fiato o il vento, e conseguentemente il carattere essenziale di questo elemento è considerato essere la mobilità. Come già abbiamo detto, l'aria è, in modo più preciso, vista come dotata di un movimento trasversale, movimento nel quale non tutte le direzioni dello spazio hanno più la stessa funzione, come invece avveniva nel movimento sferoidale esaminato in precedenza, ma si effettua al contrario seguendo una direzione definita e particolare; si tratta in altre parole del movimento rettilineo, al quale dà origine la determinazione di tale direzione. La propagazione del movimento secondo certe direzioni implica una rottura dell'omogeneità dell'ambiente cosmico; di conseguenza avremo un movimento complesso, il quale, non essendo più "isotropo", dovrà essere costituito da una combinazione, o coordinazione, di movimenti vibratoti elementari. Simile movimento dà origine a forme del pari complesse, e poiché la forma è ciò che concerne in primo luogo il tatto, la qualità tangibile può essere riferita all'aria come se le appartenesse in proprio, in quanto questo elemento è, a motivo della sua mobilità, il principio della differenziazione delle forme. è dunque per effetto della mobilità che l'aria ci è resa sensibile; analogicamente, del resto, l'aria atmosferica diventa sensibile al tatto solo attraverso il suo spostarsi; sennonché, in coerenza con l'osservazione da noi fatta in precedenza in via generale, occorre evitare di confondere l'elemento aria con l'aria atmosferica — la quale è un corpo —, come taluni non hanno mancato di fare dopo aver constatato alcuni accostamenti di questo genere. è per questa ragione che Kanâda afferma che l'aria è incolore; ma non è difficile capire come le cose debbano di fatto stare così, senza neppure dover riferirsi alle proprietà dell'aria atmosferica, perché il colore è una qualità del fuoco, e quest'ultimo è logicamente posteriore all'aria nell'ordine di sviluppo degli elementi; tale qualità non è perciò ancora manifestata nello stadio rappresentato dall'aria.

Il terzo elemento è tejas, o il fuoco, il quale si manifesta ai nostri sensi sotto due aspetti principali, come luce e come calore; la sua qualità propria è la visibilità, e sotto questo profilo quello che deve esser preso in considerazione è il suo aspetto luminoso; è una cosa troppo chiara perché ci sia bisogno di spiegazioni, giacché è evidente che è soltanto in virtù della luce che i corpi si rendono visibili. Secondo Kanâda "la luce è colorata, ed è il principio della colorazione dei corpi"; il colore è perciò una proprietà caratteristica della luce: nella stessa luce il colore è bianco e risplendente; nei diversi corpi esso è variabile, e fra le sue modificazioni si possono distinguere colori semplici e colori composti, o miscelati. Ricorderemo che i Pitagorici, a detta di Plutarco, affermavano analogamente che "i colori non sono se non un riflesso della luce, modificata in maniere diverse"; sarebbe perciò anche qui decisamente sbagliato prendere questa constatazione per una scoperta della scienza moderna. Inoltre, dal punto di vista del suo aspetto calorico, il fuoco è reso sensibile al tatto, nel quale produce l'impressione della temperatura; sotto questo aspetto l'aria è neutra, perché è anteriore al fuoco e perché il calore è un aspetto di quest'ultimo; quanto al freddo, esso è considerato una proprietà caratteristica dell'acqua. Per cui, tanto per quanto riguarda la temperatura quanto per quel che concerne l'azione delle due tendenze ascendente e discendente da noi definite in precedenza, il fuoco e l'acqua si oppongono l'uno all'altra, mentre l'aria si trova in uno stato di equilibrio tra questi due elementi. Del resto, se si tien conto che il freddo aumenta la densità dei corpi contraendoli, mentre il calore li dilata e li rende più sottili, si potrà riuscire senza difficoltà ad ammettere che la correlazione del calore e del freddo, rispettivamente con il fuoco e con l'acqua, si trova compresa, a titolo di applicazione particolare e di semplice conseguenza, nella teoria generale dei tre guna e della loro ripartizione nell'insieme della sfera elementare.

Il quarto elemento, ap o acqua, ha quali proprietà caratteristiche, oltre al freddo di cui abbiamo testé detto, la densità o gravità, che condivide con la terra, e la fluidità o viscosità, qualità a motivo della quale si distingue da tutti gli altri elementi; abbiamo già segnalato la correlazione di queste due proprietà con le azioni rispettive di tamas e di rajas. Inoltre, la qualità sensibile che corrisponde all'acqua è il sapore; e si può notare, incidentalmente, quantunque non sia il caso di annettere un'importanza eccessiva a considerazioni di questo genere, che ciò si riscontra in accordo con l'opinione dei fisiologi moderni, i quali pensano che un corpo non è "sapido" se non nella misura in cui può dissolversi nella saliva; in altri termini, il sapore è, in qualsiasi corpo, una conseguenza della fluidità.

Infine, il quinto e ultimo elemento è prithvî, o la terra, la quale, non possedendo più la fluidità dell'acqua, corrisponde alla modalità corporea più condensata di tutte; conseguentemente, è in questo elemento che si ritrova nelle proporzioni più alte la gravità, la quale si manifesta nella discesa, o caduta dei corpi. La qualità sensibile propria della terra è l'odore; è questa la ragione per cui tale qualità è considerata risiedere in particelle solide che, staccandosi dai corpi, entrano in contatto con l'organo dell'odorato. Anche su questo punto non sembra esserci disaccordo con le teorie fisiologiche attuali; sennonché, quand'anche ci fosse un qualsiasi disaccordo, l'importanza di quest'ultimo sarebbe in fondo trascurabile, poiché l'errore dovrebbe in tal caso essere ricercato dalla parte della scienza profana e non da quella della dottrina tradizionale.

Per terminare, diremo qualche parola del modo in cui la dottrina indù riguarda gli organi dei sensi nel loro rapporto con gli elementi: dal momento che ogni qualità sensibile procede da un elemento nel quale essa essenzialmente risiede, occorre che l'organo per mezzo del quale tale qualità è percepita sia conforme a questo elemento, vale a dire che l'organo deve compartire la natura dell'elemento a cui corrisponde. è in questo modo che i veri organi dei sensi sono costituiti, e, contrariamente all'opinione dei Buddhisti, essi vanno distinti dagli organi esterni, ossia dalle parti del corpo umano che sono soltanto le loro sedi e i loro strumenti. è così che il vero organo dell'udito non è il padiglione auricolare, ma la porzione di etere contenuta nell'orecchio interno, la quale entra in vibrazione sotto l'influenza di una ondulazione sonora; e Kanâda fa osservare che non è la prima onda, né le onde intermedie, a far percepire il suono, ma l'ultima onda che viene a contatto con l'organo dell'udito. Analogamente, il vero organo della vista non è il globo oculare, né la pupilla, e neppure la retina, ma un principio luminoso che risiede nell'occhio, ed entra in comunicazione con la luce emanata dagli oggetti esterni o da essi riflessa; la luminosità dell'occhio non è abitualmente visibile, ma può diventare visibile in determinate circostanze, in particolare negli animali che vedono nell'oscurità della notte. Bisogna inoltre notare che il raggio luminoso mediante il quale si effettua la percezione visiva, e si estende tra l'occhio e l'oggetto percepito, può essere inteso nei due sensi, sia come se partisse dall'occhio per raggiungere l'oggetto, o, reciprocamente, come se provenisse dall'oggetto e procedesse verso la pupilla oculare; una simile teoria della visione si ritrova nei Pitagorici, ed è pure in accordo con la definizione della sensazione data da Aristotele, il quale affermava che essa è "l'atto comune del senziente e del sentito". Considerazioni di ugual genere potrebbero farsi per gli organi di ognuno degli altri sensi; noi pensiamo però che gli esempi che abbiamo già dato siano sufficienti a fornire indicazioni soddisfacenti.

Questa è, esposta nelle sue grandi linee e interpretata nel modo più esatto possibile, la teoria indù degli elementi; essa, oltre a presentare un indubbio interesse di per se stessa, è tale da far comprendere in modo più generale quale sia il punto di vista "cosmologico" nelle dottrine tradizionali.."


tratto da "Studi sull'Induismo " - René Guénon ("Le Voile d'Isis")